Al ricordo di Anna Politkovskaja

 

By Daniela Doris

 

 

Le dominazioni subite dalla Cecenia hanno una storia che va dall’Impero zarista fino alle risoluzioni politiche di Stalin. Temporaneamente riconosciuta da Chruščёv come Repubblica autonoma solo nel 1957, la regione neppure allora ha nei fatti goduto del privilegio di autodeterminarsi né di esistere.

 

Unico dei territori dell’ex URSS nel rifiutare le trattative e i sistemi fiscali proposti dalla nuova Federazione Russa, la Cecenia ha nel tempo coltivato forti ambizioni separatiste rispetto al governo di Mosca. Le etnie minoritarie – storicamente presenti in area caucasica – si militarizzano negli anni Novanta, fase in cui gli indipendentisti di Dudaev si risolvono a formalizzare la propria libertà dalla Russia con la proclamazione della Repubblica cecena di Ichkeria (1991).

 

Le minoranze russe, armene e ucraine presenti in terra cecena restano tuttavia implicate in una violenta guerra intestina. Mosca decide allora di intervenire nel Caucaso con finanziamenti, armi e mercenari per promuovere il golpe anti-separatista e rovesciare il governo ribelle: la distruzione di Groznyj nella Prima Guerra Cecena segna la sconsiderata avanzata delle forze federali di El’cin, ben oltre i limiti della sedazione dei resistenti indipendentisti.

Il popolo ceceno – ex filo-federali inclusi – estenuato dalle ingiurie subite riorganizza un corpo militare in cui convergono bambini e bambine soldato, nonché stranieri combattenti per ragioni nazionaliste o religiose. La parte russa risponde con stupri, saccheggi e prigionieri politici, il che significa il crescendo di misure marziali fino e oltre la conclusione della Seconda Guerra Cecena (1999- 2009).

 

Dal momento in cui Putin delegittima il presidente ceceno Maskhadov nel 2000, l’informazione sulla questione caucasica si fa più silente, più imbavagliata la stampa federale.

 

 

Dalle colonne della Novaja Gazeta, la giornalista Anna Politkovskaja decide a ogni modo di seguire il conflitto per denunciare i crimini di guerra da parte delle truppe federali. Da sempre attiva nella difesa dei diritti umani, così parlava a riguardo delle combattenti cecene, arrivate al punto di farsi esplodere in azioni di terrorismo:

 

Il primo e il secondo anno di guerra questi vulcani casalinghi sono rimasti inattivi – le cecene speravano che presto tutto si sarebbe aggiustato, dicevano di contare sui loro uomini, che avrebbero rispettato il loro ruolo tradizionale. Secondo l’educazione maschile cecena, il compito principale di un ragazzo è difendere la donna e la casa, perciò un bambino – a differenza di una bambina – può essere viziato, e gli vengono perdonate molte colpe grazie a una cosa soltanto: la sua disponibilità a difenderle fino alla morte quando è necessario.

 

Ma non è successo niente di tutto questo. La guerra è continuata. A un certo punto tutta la tradizione è crollata sotto l’urto dello stile di guerra imposto dai federali. Gli uomini ceceni si sono trovati in una situazione in cui erano le donne a doverli difendere. Le donne commerciavano nei bazar per sfamare la famiglia, erano loro a gettarsi sotto i blindati perché non portassero via gli uomini, mentre questi per lo più se ne stavano nascosti nelle cantine per non farsi rapire, per non finire nei rastrellamenti o per non saltare in aria.

 

E così la donna cecena si è trovata in prima linea. È diventata radicale più rapidamente degli uomini, che sono rimasti indietro, pur convinti di essere sempre un passo avanti. Il vulcano ha cominciato a eruttare. La giustizia personale è diventata l’unica risposta efficace all’arbitrio: le donne hanno cominciato a difendersi, attuando un programma di vendetta personale contro quelli che consideravano assassini. Il sogno delle cecene è diventato quello di morire, pur di non vivere come ora – senza riuscire a difendere i figli, i fratelli, i mariti[1].

 

 

Politkovskaja non trattiene il biasimo verso il Servizio di Sicurezza Federale (FSB) e i servizi segreti militari (GRU) che avevano continuato a giustificare le offensive in Cecenia come misure antiterroristiche né le accuse alle trasgressioni operate dal governo Kadyrov, insediato da Putin e fedele al Cremlino.

La stampa indipendente è però indigesta alla Federazione: nel 2001 la giornalista viene prima arrestata dai soldati russi e poi rinchiusa in una buca, minacciata di stupro e di esecuzione. Dopo il sequestro, subisce un tentativo di avvelenamento mentre viaggia su un aereo in direzione Caucaso.

 

È il 7 ottobre del 2006 quando Anna esce di casa per fare la spesa. Rientra nel proprio condominio moscovita e viene freddata in ascensore da quattro proiettili; uno dei colpi è alla testa. La condanna degli esecutori materiali è arrivata otto anni più tardi, mentre i mandanti non sono mai stati puniti né tantomeno pescati.

La storia di Anna è la storia di un corpo offeso, sul quale la politica ha scritto in maiuscolo le proprie violenze e i propri abusi. Così come nelle storie della gente sorvegliata e punita raccontate da Foucault, così come violato è stato il corpo di Alekos Panagulis o dei numerosi giornalisti dispersi o uccisi ogni anno, Anna porta su di sé la colpa di aver troppo parlato e di averlo fatto in maniera sgradita al potere. Ne ricordiamo oggi il coraggio e lo spirito libero.

 

 

 

[1] https://www.internazionale.it/opinione/anna-politkovskaja/2003/07/03/donne-usa-e-getta

 

 

 

 

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(Photo credits to http://festivaldirittiumani.it)

 

 

 


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