#ascuoladiconsenso: educazione sessuale, piselli e patate

 

By Megan McPherson

 

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** Disclaimer: questo articolo parla di rapporti eterosessuali. L’autrice è convinta che ci sia da fare molto di più sull’educazione sessuale per persone LGBT+**

 

 

 

Immaginate la scena. Una classe di 20 studenti, un insegnante e una dimostrazione pratica. Fin qui tutto normale. Ora immaginate 20 peni di plastica, uno su ogni banco, un preservativo e un sacco di risatine. Mentre impariamo ad applicare il preservativo, il nostro insegnante cerca di sdrammatizzare, e ci ricorda che questa operazione potrà risultare meno facile nella realtà. Magari dovremo farlo quando saremo ubriachi e il pene in questione non sarà comodamente sistemato su un banco. Per il resto della lezione ci invita a svolgere lo stesso compito indossando occhiali che simulano alterazioni visive simili a quelle dovute all’alcol. E infine, ulteriore prova di realismo, invita qualcuno a sdraiarsi a terra con il pene finto sul pube, mentre una ragazza infila il condom indossando gli occhiali speciali.

 

Quando mi è capitato di raccontare queste storie ad amici che, quanto ad educazione sessuale, non si sono spinti più in là di una lezione di biologia, li vedo sconvolti. «Non sarebbe mai successo nella mia scuola», dicono, scuotendo la testa. Potrà sembrare strano, ma io non ho mai dimenticato quella lezione e quegli insegnamenti. Usare sempre una protezione; infilare un preservativo è complicato se non sai come farlo; è ancora peggio se sei ubriaco perso - quindi magari quella sera passi.

 

Ho ricevuto lezioni di educazione sessuale a scuola dai 9 ai 16 anni, e abbiamo parlato anche di droghe, alcol, sicurezza personale, pubertà e bullismo. Crescendo, la natura delle lezioni si adattava all’età. A nove anni la domanda più importante era cos’è il sesso, o, già che ci siamo, come funziona il ciclo mestruale. A 14 anni, passavamo la lezione ad elencare ogni espressione gergale che ci veniva in mente per descrivere organi genitali o atti sessuali, così che i nostri compagni e il nostro insegnate potessero spiegarne il significato in un contesto sicuro. Sarò per sempre grata per aver imparato cosa fosse un tronchetto della felicità nella sicurezza della mia classe, piuttosto che chiedere a un amico, o, non sia mai, un potenziale corteggiatore.

 

L’educazione sessuale è sempre stata divertente dal mio punto di vista. A volte, anche interessante e terrificante, il che non è troppo lontano dalla realtà in tutta franchezza. Credetemi, educatori locali che ti chiedono di identificare la MST (malattia sessualmente trasmissibile) da una foto di un pene macilento ti fanno passare ogni inibizione nel pretendere un profilattico o nel recarti a fare un controllo. Oltre agli aneddoti divertenti, queste lezioni ci hanno instillato delle lezioni di vita che i miei compagni di università senza la stessa fortuna hanno dovuto cercare altrove.

 

Non voglio con questo sostenere che l’educazione sessuale possa prevenire ogni errore. Ma ci dà gli strumenti per capire una realtà divertente e complessa come quella del sesso. Nel mio gruppo di amiche, non avevamo nessun dubbio circa l’importanza di usare protezioni, fisiche o ormonali, né su dove trovarle. E tutti i miei amici maschi andavano a fare scorta di condom gratuiti in una busta di carta viola presso i centri di prevenzione locali, e li sfoggiavano alle feste con la speranza negli occhi. Quando qualcosa andava storto, sapevamo di poter avere accesso a rimedi d’emergenza, qualora ne avessimo avuto bisogno.

 

Il mio insegnante era particolarmente bravo a mettere in chiaro che se non avessimo voluto fare qualcosa, maschi o femmine, non avremmo mai dovuto essere spinti a farlo, che sia cocaina o sesso orale. Detto questo, mi sarebbe piaciuto che questi insegnamenti avessero posto un’enfasi maggiore sul consenso. E lo dico non perché credo ci sia bisogno di insegnare ai ragazzi a non commettere violenza, ma perché tutti gli adolescenti dovrebbero sentirsi in diritto di non acconsentire a qualcosa e imparare a rispettare il proprio o la  propria partner. Bisogna sì insegnare a rispettare il consenso, ma bisogna anche insegnare a dire 'nemmeno per sogno' a chi non lo rispetta.

 

Quindi, ironia della sorte, sono per certi versi d’accordo con chi si oppone ai workshop sul consenso negli atenei. Non dovrebbe esserci la necessità di insegnare a uomini e donne adulti che la violenza è una schifezza. Il mio pensiero prende una direzione diversa proprio perché ritengo che gli stessi uomini e donne dovrebbero saperlo già da un pezzo. Spesso ci si dimentica che, per quanto lo scopo dei workshop è ricordarci che no vuol dire no, è importante anche insegnare che negare il consenso è un’opzione che deve essere rispettata.

 

La mancanza di una componente esplicita di consenso nella mia educazione mi ha impedito di esprimere disagio, di sapere che nessuno ha diritto al mio corpo a meno che io non lo decida, di capire che se un cretino qualsiasi non rispetta quel consenso non è colpa mia, punto. L’educazione al consenso che ho avuto all’università, benché informale e 'fai da te', è stata davvero una rivoluzione. Credo che impartire questo tipo di educazione il prima possibile non possa che essere positivo.

 

La campagna di F Come sull’educazione alla sessualità, fisica ed emotiva, dovrebbe fare breccia anche nel Regno Unito. Io sono stata fortunata a ricevere quegli insegnamenti. Spero che le nuove generazioni raggiungano l’età adulta con un bagaglio di conoscenze non solo relative alla contraccezione ma anche al consenso e al rispetto.

 

 

(Photo source, Photo campaign #ascuoladiconsenso - #sexedcanstopabuse)