Cibo, femminismo e protesta: un’introduzione

 

 

By Giulia Nicolini

 

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La scissione del movimento femminista dai movimenti studenteschi della Germania Occidentale viene spesso individuata in un episodio del 1968, quando ad una conferenza degli Studenti Socialisti Tedeschi (SDS) una giovane donna lanciò seccata un pomodoro contro un collega che ammiccava poco educatamente in direzione di una delle speakers.

 

Sebbene in quell’occasione – passata alla storia come “l’incidente del lancio del pomodoro”- il cibo giocasse un ruolo tutto sommato banale, lanciare cibo in segno di protesta é un gesto con precedenti lontani nel tempo. Nel caso specifico dei movimenti femministi, il cibo, piuttosto che il tema centrale della protesta, ne ha spesso rappresentato l’elemento finale. Ed é proprio il ruolo del cibo nell’evoluzione dei movimenti femministi, insieme al suo significato odierno, che questo articolo si propone di esplorare, mettendo in luce le intersezioni tra campagne ed issues femministi e politiche sul cibo, per lo più dal punto di vista dei consumatori.

 

Le proteste che hanno a che vedere con il cibo, sono in genere connesse ad altri temi sociali, alla politica, all’economia, l’etica o la religione. In modo non dissimile, le proteste incentrate sul genere sono solitamente intrecciate ad altri aspetti identitari come la razza, la classe sociale, la religione e la lingua.

 

Come notano le studiose Cairns and Johnston, “esiste una chiarissima connessione storica e culturale” tra le donne e quello che viene spesso definito come “foodwork” (il lavoro che verte intorno al cibo). Il rapporto tra donne e questione alimentare, infatti, è stato a lungo segnato da una forte prospettiva normativa, che assegnava all’uomo la sfera pubblica e lavorativa e confinava la donna in quella privata del focolare. Le responsabilità domestiche delle donne, dunque, ci aiutano a comprendere il loro coinvolgimento nelle battaglie legate al cibo del XVII secolo. Ad esempio, nell’ottobre del 1789 furono diverse migliaia le donne che marciarono da Parigi a Versailles per protestare contro il re e pretendere la redistribuzione delle sue riserve di pane. Molti storici ritengono, oggi, che proprio la ‘marcia delle donne’ sia stata la scintilla che dette il via alla rivoluzione francese.

 

La marcia delle donne su Versailles, peraltro, non va considerata come un’anomalia. Tra il 1776 e il 1779, per esempio, circa trenta proteste dovute alla mancanza o alla cattiva qualità del cibo scoppiarono in diversi stati del nord America, al tempo colonie inglesi. Moltissime donne protestarono contro i prezzi alti e la pratica diffusa tra i mercanti di nascondere riserve di cibo in modo da far aumentare i prezzi. Barbara Clark Smith[1], storica politica, ipotizza che siano stati gruppi di donne ad orchestrare almeno un terzo di queste dimostrazioni, fornendo alle partecipanti una pressocché unica opportunità di partecipazione a quella stessa vita pubblica dalla quale erano escluse. Ed è interessante notare, come suggerito dalla studiosa, che le manifestanti americane non si presentassero come “mogli e madri repubblicane”, ma semplicemente come membri economicamente attivi delle proprie comunità.

 

Le battaglie sul cibo appiono oggi lontane ai lettori occidentali. Tuttavia, anche negli attuali regimi liberali, il boicottaggio è uno strumento di protesta molto diffuso nella risoluzione dei problemi legati alla catena di distribuzione alimentare. E, nonostante rischi di marginalizzare piccoli produttori e consumatori troppo deboli per far sentire la propria voce, questa pratica può senz’altro esser vista come una moderna forma di battaglia alimentare.

 

Ancora, da un esempio all’altro, in Giappone persistono oggi forti discriminazioni di genere, nel settore lavorativo come all’interno delle mura domestiche, e con una diffusione molto più capillare rispetto all’Europa o al Nord America. In molti casi, tra cui il disastro nucleare di Fukushima nel 2011, fu proprio il loro prevalente ruolo di casalinghe a legittimare e stimolare l’attivismo delle donne giapponesi, che organizzarono boicottaggi, scrissero petizioni, e misero su gruppi di mutuo soccorso.  Dopo la tragedia del 2011, le preoccupazioni delle madri giapponesi rispetto alle radiazioni, e le loro azioni e campagne, hanno destato grande scalpore. Gruppi di donne, infatti, hanno dato vita a reti d’aiuto per preservare cibo incontaminato per i propri bambini, comprando contatori di Geiger per testarne la radioattività e condividendo i risultati online. Altre, invece, hanno protestato pubblicamente contro la noncuranza del governo e della TEPCO, la compagnia energetica coinvolta nel disastro nucleare. Alla base di queste proteste,  c’erano chiaramente questioni complesse come l’affidabilità del governo e la preoccupazione per l’ambiente. Ma, al centro di tutto, restava la richiesta di cibo non contaminato.

 

E ancora, mutatis mutandi, pensiamo a come il rifiuto, sia simbolico che letterale, del cibo e del lavoro in cucina sia stato centrale nella storia delle donne e nella rivendicazione dei loro diritti. Prendiamo le proteste, anche radicali, delle suffragette per il diritto di voto all’inizio del Novecento. Tra il 1909 e il 114, centinaia di attiviste britanniche in prigione si diedero allo sciopero della fame, in segno di protesta per essere private dalle autorità di un elementare diritto politico. Scegliendo una pratica non violenta e “incorporata”, queste donne usarono il proprio corpo come teatro di un atto politico volto a combattere le ingiustizie commesse contro il loro sesso.

 

Al tempo stesso, è proprio dal periodo vittoriano in poi che il legame tra la sfera del cibo e quella femminile si salda definitivamente in una forma di oppressione dilagante. Non a caso, la liberazione dalle durezze del lavoro domestico, considerato una forma di lavoro non retribuito, fu al centro delle rivendicazioni della seconda ondata femminista tra gli anni ‘60 e ‘70. Le lotte concernenti il cibo e il lavoro domestico furono alla base degli slogan femministi dell’epoca, basti pensare al celebre ‘il personale è anche politico’.

 

E che dire di The sexual politics of meat, in cui l’autrice Carol J. Adams esprime una connessione tra il sistema patriarcale e il mangiare carne, e quindi tra femminismo e vegetarianesimo? La studiosa stabilisce, infatti, un rapporto di interdipendenza tra oppressione di animali e oppressione femminile, leggendo “nell’atto di mangiare animali delle problematiche di genere”.

 

Tutt’oggi, cucinare e in genere prestare attenzione al cibo rimane un atto molto politicizzato tra le femministe della nostra generazione. Alcune, infatti, rivelano sentimenti ambivalenti sulla centralità delle donne nella lotta odierna per un cibo sano, etico e sostenibile. Alla base delle loro critiche, c’é l’idea che molte donne stiano riabbracciando la tradizione obsoleta del lavoro in cucina. Tuttavia, come osservano Cairns e Johnston , ‘è importante sottolineare che non fu certo il femminismo in quanto movimento a determinare la fine della relazione tra donne e cucina’. A molte donne, ricordano le studiose, ‘non piaceva particolarmente cucinare anche prima della venuta del femminismo’, ma  quest’ultimo ‘ha offerto loro un linguaggio’ per criticare e scalzare le iniquità del rapporto tra i sessi[2].

 

Va anche notato che per molte donne non occidentali, le cui vite non sono state toccate dal femminismo bianco e borghese, la preparazione del cibo non ha mai smesso di essere d’obbligo. È fondamentale comprendere le dinamiche di razza e di classe presenti nelle proteste delle femministe di casa nostra, spesso presentate, a torto, quali universali e onnicomprensive. La possibilità di allontanarsi dal focolare é stata, infatti, concessa nel tempo per lo più alle donne bianche e benestanti, garantendo loro una libertà che ricadde spesso sulle spalle di donne non-bianche o di una classe sociale disagiata.

 

Appare, peró, chiarissimo come il legame, anche se problematico, tra cibo e universo femminile sia intrecciato con la storia delle rivolte delle donne. Scrivo, oggi, in un momento storico che vede i diritti fondamentali delle donne ancora una volta sotto scacco, e in una nazione (la Gran Bretagna) che ha dato i natali a molti di quei movimenti di protesta. Non posso, quindi, che sottolineare l’urgenza di serie politiche sul cibo – un elemento basilare ma essenziale e decisivo allo stesso tempo. C’é forse qualcosa di più radicale?

 

 

 

 

Bibliografia

[1] Barbara Clark Smith, ‘Food Rioters and the American Revolution’, 1994.

[2] Food and Femininities, p.8.

 

 

 

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