Coco Fusco: il corpo nell’arte e l’arte nel corpo politico

 

By Daniela Doris

 

Quando – specie dagli anni Sessanta del Novecento – abbiamo assistito alle grandi rivoluzioni politiche, sociali e culturali, l’arte si è trovata a ripensare se stessa tanto nel proprio ruolo nella società quanto nei linguaggi da impiegare nell’operare artistico. In quegli anni, il corpo – declinato nelle varianti di corpo individuale, sociale, esibito, lacerato, politico, sessualmente o etnograficamente connotato – è diventato, nelle poetiche visuali, strumento dell’azione artistica e insieme politica. Il termine azione – che nella Storia dell’Arte del secolo scorso viene associato alla performance o body art – ha dunque assunto una funzione determinante per larga parte di intellettuali che, nella condizione postmoderna teorizzata da Lyotard, ha ragionato sulla possibile riconfigurazione dei significati del reale. Nell’arte contemporanea, l’agire del corpo ha infatti permesso non tanto di esplicitare ideologie sociopolitiche preconfezionate quanto piuttosto di discutere e ripensare gli stereotipi esistenti, in modo da ottenere la coincidenza tra attivismo artistico e attivismo politico. Fecondo in tal senso è stato l’intervento di donne artiste che – individualmente o riunite in associazioni come la WAR (Women Artists in Revolution, New York, 1969) – hanno riflettuto sulla parità di genere, di razza, sull’identità personale e/o sociale attraverso il proprio corpo in azione: dalle ferite di Gina Pane alla Madame di Ria Pacquée, dalle considerazioni di Anne Marie Sauzeau alla caricatura del focolare domestico di Martha Rosler. Tra le altre, Coco Fusco ha articolato il processo creativo quale reverse etnography, vale a dire uno studio sulle reazioni del pubblico alla rappresentazione di temi – soprattutto interculturali – concertati in funzione dell’azione artistica.

 

Coco Fusco (New York, 18/06/1960) è una scrittrice, curatrice e artista cubano-statunitense, Dottore di ricerca in Arte e Cultura Visuale presso la Middlesex University. Dal 1989 lavora sulla revisione delle prospettive (post)coloniali, consumiste, turistiche e della comunicazione di massa in relazione alla fabbricazione delle identità culturali. È del 1992 la realizzazione – in collaborazione con Guillermo Gómez-Peña – della performance Two Undiscovered Amerindians Visit the West nella quale gli artisti – nei panni di due indigeni della fantomatica isola di Guatinau nel Golfo del Messico – si prestano a essere studiati e fotografati da dietro le sbarre di una gabbia. L’opera – eseguita per nove volte in differenti continenti – inscena la mostra di campioni umani pensata per il consumo di un pubblico bianco, così come è stata solita avvenire nell’esposizione di africani, asiatici e nativi americani in musei, salotti aristocratici, laboratori o addirittura nelle piazze, a partire dal XV secolo. È in questo contesto che vengono a strutturarsi i concetti di «primitivo», «esotico», «Altro» come altro da sé. Nello svolgimento della performance, gli avventori sono stati introdotti alla conoscenza dei personaggi in gabbia da insegnanti che avevano cura di spiegare loro come alimentarli o predisporli ai servizi igienici. La reazione assunta dagli spettatori si è perciò sovrapposta e allineata alla visione del colonizzatore occidentale: talvolta ciecamente superba, talvolta grottescamente incuriosita, spesso ignorante.

 

Le intenzioni polemico-satiriche del duo sono però rimaste trascurate da una estesa maggioranza di intellettuali e addetti alla cultura che – come affermato dalla stessa Fusco durante un appuntamento del ciclo di conferenze La generazione delle immagini (Milano, 1997) – ha dimostrato una «pedanteria implicita nell'interpretazione del nostro lavoro, segno del loro investimento nella positiva nozione di verità e depoliticizzazione». Benché infatti l’azione artistica di Coco Fusco sia stata preceduta da una ricerca scientifica sulle mostre etnografiche – di fatto testimoniate da documenti storici e letterari – i critici hanno biasimato le implicazioni morali del presentarsi degli artisti con identità fittizie e nello specifico dell’«informare erroneamente il pubblico».

 

Dunque, si è preferito disperdere l’attenzione dalla sostanza dell’esperimento piuttosto che interrogarsi su quanto di quegli sguardi politicamente indirizzati – seppur evocati nello spettatore in forma di fiction – insista nel presente. La Fusco intendeva ragionare sulla persistenza di determinati codici interpretativi – da lei parodiati nell’azione artistica – nelle letture delle comunità del contemporaneo. Penso al caso di malaria verificatosi a Trento e ai titoli dei giornali che gridano che gli immigrati «dopo la miseria portano le malattie» (Libero, 06/09/2017), alla recente abrogazione del piano Dreamers da parte del governo Trump, agli sgomberi di «campioni umani». E se il reale resta suscettibile di infinite possibilità esegetiche, la visione non è mai neutrale ma sempre culturale.

 

 

 

Daniela Doris (Lanciano, 22/08/1991) ha conseguito la Laurea triennale in Lettere presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna e si sta specializzando presso la facoltà di Storia dell’Arte dell’Università La Sapienza di Roma. Per F come si occupa di illustrazione e arte.

 

 

 

(Photo creator_Robert Sanchez, Two undiscovered Amerindians visit the Walker Art Center, Minneapolis)