Come cambiare il modo in cui la violenza sulle donne è raccontata in Italia?

 

By Giulia Nicolini

 

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Il fatto che i media italiani siano antiquati non è di certo un segreto di stato. C’è stato però un momento in cui l’attenzione negativa dei media internazionali ha fatto sperare in un tanto agognato cambiamento. Riportando le multiple accuse rivolte al magnate di Hollywood Harvey Weinstein, alcune agenzie media hanno anche commentato come i giornali, in varie parti del mondo, abbiano ritratto le vittime di Weinstein. L’attrice Asia Argento, una delle prime a rompere il silenzio delle violenze subite, ha affermato di essersi sentita crocefissa due volte in seguito alle reazioni di alcuni media italiani che hanno screditato le sue affermazioni, colpevolizzandola per la condotta di Weinstein.

 

Non è poi così raro che i media italiani facciano victim-blaming (ndt: accusino la vittima) nel raccontare le violenze sessuali subite dalle donne. Claudia Torrisi nei sui scritti per OpenDemocracy 50.50 fa notare quanto la copertura mediatica italiana dello scandalo Weinstein sia stata ‘prevedibilmente oltraggiosa’. Il titolo più provocatorio è stato sicuramente quello di Libero: ‘Prima la danno via poi frignano e fingono di pentirsi’. I lettori italiani sono di fatto abituati a vedere come non solo le attrici di serie A ma anche le donne comuni vengano rappresentate in malo modo, perseguitate e messe alla gogna dopo aver subito violenze sessuali.

 

Anche se non tutti i giornalisti fanno victim-blaming, non sono in pochi quello che costruiscono narrative in cui la vittima non esiste nemmeno. Quando la stampa italiana mainstream riporta casi di femminicidio perpetrati dal partner o ex-partner, non è inusuale che l’omicida venga dipinto come l’amante ossessionato, o come un normale uomo non violento colto da un momentaneo raptus di gelosia. Indicativo a questo riguardo è il titolo del libro di Michela Murgia e Loredana Lipperini del 2013: ‘L’ho uccisa perché l’amavo’ Falso!’

 

Nonostante alcune testate giornalistiche si sforzino di formulare una contro-narrativa che sottolinei la dimensione di genere di questi omicidi, quattro anni dopo la realtà non è affatto cambiata. In agosto 2017 i giornali riportano la notizia di un uomo che strangola a morte la fidanzata focalizzandosi su come si ‘sia rovinato la vita’; che importa se la sua azione ha messo fine alla vita della sua vittima. Un’altra notizia dello scorso settembre titolava ‘dalla convivenza alla gelosia, così il loro amore si è trasformato in tragedia’. In questi titoli le donne vittime sono o accusate di avere provocato la violenza, oppure sono eliminate completamente dalla narrazione. Il modo in cui i media descrivono simili azioni fa apparire la violenza maschile sulle donne come una sorta di espressione di amore o affetto. Ancor peggio, fa sembrare la cosa come un atto perpetrato incoscientemente e guidato da una forza incontrollabile.

 

Nonostante gli sforzi di alcuni editori nel trovare un approccio differente alla questione dall’interno della comunità giornalistica, e nonostante l’instancabile campagna di gruppi di attivisti femministi, spaventa ancora il fatto che questo modo di raccontare la violenza sulle donne sia diventato la norma in Italia. Per queste ragioni, quando la stampa internazionale cominciò a notare e commentare il modo in cui i media italiani riportavano le accuse a Weinstein, comparandole con le notizie britanniche e americane, si accese in me la speranza di cambiamento. Speranza che è però sfumata, visto che l’occasione di sfidare e ‘far vergognare’ i media italiani è andata persa. Di fatto, in seguito all’articolo ‘Il fallimento del femminismo italiano’ scritto da Guia Soncini per il New York Times lo scorso mese, il dibattito si è subito spostato sull’ipocrisia del femminismo.

 

Nell’articolo Soncini afferma che nel complesso i media italiani sono stati gentili con l’Argento. Stando a lei, le critiche più accese l’Argento le ha ricevute dai commenti web, specialmente dai commenti femminili. Secondo Soncini questo è indice di come il femminismo sia fallito in Italia: ‘C’era una donna che affermava di non credere ad Asia Argento perché non l’aveva trovata piacente nella sua competizione a ‘Ballando con Le Stelle’; un’altra che affermava ‘Asia se l’è cercata’ perché in un film l’attrice avrebbe dato un bacio alla francese ad un cane’. Secondo Soncini il femminismo in Italia è una forma di solidarietà che si riserva alle amiche.

 

In molti si sono distaccati dall’analisi che Soncini fa del problema. Resta comunque indicativo il fatto che la Soncini sia stata messa sotto accusa proprio per i tweet ‘victim-blaming’ che lei stessa avrebbe pubblicato, in cui afferma che la sua opinione sul femminismo italiano deriva largamente dalle sue esperienze personali.

 

Soncini ha forse ragione nell’identificare i problemi del femminismo italiano al di là dell’azione dei media. Ciononostante, non solo ha sbagliato a farla passare liscia ai giornalisti, ma ha anche dimenticato (o intenzionalmente ignorato) il fatto che siano le stesse donne ad essere le peggiori critiche delle donne che subiscono violenza sessuale. L’internalizzazione della misoginia da parte delle donne è infatti una componente essenziale per il funzionamento e la riproduzione della patriarchia e della sua insidiosa natura sistemica.

 

Se, come suggerisce Soncini ‘Il patriarcato è molto più attraente di un femminismo trionfante in cui nessuna delle tue conoscenti è coinvolto’, allora costruiamo un femminismo diverso, magari migliore, uno che funzioni per tutt*. Anziché guardare agli errori del femminismo o agli errori di ogni singola donna, dovremmo chiederci quali strutture e quali sistemi impediscono il progresso del movimento ed il conseguimento del suo fine ultimo: mettere la parola fine al controllo patriarcale.

 

 

 

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(Photo credit_ Don Addis - first published on http://www.personal.psu.edu/bfr3/blogs/asp/2013/03/media-influence-stop-it-or-use-it.html - text edited by F Come Team)