Contraccolpi digitali

 

By Francesca Di Nuzzo

 

 

Sono diventata una preda facile. Del target marketing. Uso internet per lavoro, per organizzare viaggi, per comprare online. La cronologia dei miei preferiti presenta, in ordine diverso secondo le stagioni, YouTube, Ryanair, Airbnb, Bloglovin, il sito del The Guardian e quello dell’associazione di agricoltori locali che mi consegna verdura e frutta fresca una volta a settimana.

Per prepararmi a scrivere un pezzo sulla rappresentazione delle donne sui media in Italia, sono andata in edicola e ho comprato Vanity Fair e GQ. E, pronta a partire alla carica contro le foto di modelle bionde nudissime e businessmen brizzolati vestitissimi, mi sono ricreduta e ne ho apprezzato il contenuto editoriale (per la maggior parte). Vagamente delusa per il bersaglio mancato, ho pensato che Vanity Fair non l’ho mai visto su nessun comodino, in nessun salotto, forse solo in un bagno, coperto da Oggi e TV Sorrisi e Canzoni. Niente, nemmeno in aeroporto. Le donne non vanno mica in edicola, ho concluso, vanno su internet, dovrei saperlo. E su internet vanno alla ricerca di qualsiasi risposta manchi loro.

 

Partendo dalla pagina web dei più noti quotidiani italiani, sono finita a leggere resoconti dettagliati degli outfit delle donne di potere nel 2015 (quel completo di Zara indossato dalla Boschi per il giuramento non le sarà mai, mai perdonato), e, di link in link, mi sono ritrovata a leggere che «per potersi concedere qualche peccato di gola durante le feste, senza troppi sensi di colpa, basta giocare d’anticipo.» I sensi di colpa ci sono sempre, ma almeno non saranno troppi, se metto in pratica questi trucchi o seguo tali regole. O anche un interessante «5 dritte per incontrare l’anima gemella durante le vacanze natalizie» o «12 motivi per cui siete ancora single» (uno dei quali è che siete eccessivamente indipendenti), o ancora, l’attrice tal de tali «non ha voluto rifarsi il naso e resta comunque un mito!», e dulcis in fundo, «essere pelose non è una colpa, ma non è nemmeno un bel vedere»

Sono diventata una preda facile, un obiettivo quasi scontato, e la prova è arrivata: ogni video che visualizzo su YouTube è ormai preceduto da uno spot (di quelli che non puoi saltare, lo devi proprio guardare tutto tutto) di Clearblue, che promuove un dispositivo che permette di calcolare con sicurezza il momento del mese in cui sono più alte le probabilità di concepire.

 

Il target marketing non sbaglia. Il mio comportamento online suggerisce che sono donna, o almeno mi identifico come tale. Sono potenzialmente in età fertile. Viaggio e sono indipendente. Gli algoritmi concludono che ho l’educazione, la posizione economica e l’interesse a controllare come e quando concepire. Il sollievo per il fatto che sia accettato e accettabile che le donne abbiano voce attiva riguardo le proprie scelte di concepimento non è sufficiente a mettere a tacere il dubbio, quasi il fastidio, per il martellamento mediatico. Se il mio profilo corrisponde a quello di donna, in età fertile, probabilmente bianca, economicamente indipendente, l’unico messaggio che mi viene proposto è quello di donne in età fertile, bianche ed economicamente indipendenti, commosse all’annuncio del lieto evento.

Non mi va giù. Un algoritmo corroborato dai numeri, dai dati!, decide che, in base alle preferenze che ho dimostrato, io non veda l’ora di avere figli. Non decide che io abbia ambizioni professionali, perché non mi mostra un nuovo gadget che mi semplifichi l’agenda. Non concepisce che io voglia viaggiare, scrivere, creare, perché non mi mostra una app per prenotare una vacanza in Messico o per confrontare gli annunci di fondi e borse di studio. Il peso dei contenuti stereotipicamente femminili (moda, benessere, stile) prevale su altri contenuti cross-gender (viaggi, cibo, attualità, teatro), che pure sono presenti nella mia cronologia recente. L’algoritmo restringe il mio ruolo di consumatrice allo stereotipo di donna-mamma, e solo questo.

 

In quanto donne, il nostro corpo - Naomi Wolf, attivista e scrittrice americana, autrice di «The Beauty Myth», lo definisce l’organo vitale dell’autostima - e ciò che ne facciamo, è continuamente esposto, osservato, valutato. Stereotipi e identità femminile sono inestricabilmente connessi. L’analisi estetica del nostro corpo e delle nostre scelte riguardo ad esso, tra le quali il concepimento, diventa giudizio di valore sulle nostre idee, il nostro ruolo, le nostre capacità. E ogni giudizio basato sugli stereotipi estetici ci rende vulnerabili all’approvazione altrui, e non solo degli uomini.

E’ più difficile aspirare a qualcosa che non si conosce, è facile invece credere di volere ciò che è stabilito, accettato, normalizzato. Mi guardo intorno (online) e vedo classifiche dei migliori outfit al Met Gala, trucchi per ingannare il mio corpo a non accumulare cuscinetti visibili quindi indesiderati, consigli per dire al mio capo che sono incinta e vivere felice. Il mio browser è entrato in confusione, non mi riconosce più.