Cyber-attivismo: il caso del movimento “Women2drive” in Arabia Saudita

 

By Huda Mohsin

 

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Il divieto che impedisce alle donne saudite di guidare rimane, ancora oggi, una delle più pervasive forme di limitazione al diritto di movimento e visibilità, nonché alla partecipazione femminile nella vita pubblica. L’Arabia Saudita é oggi l’unico paese al mondo che vieta alle donne di guidare, per non menzionare poi le altre forme di disuguaglianza di genere (Bashraeel, 2009).

 

“Women2Drive” (tr. It. Donne per guidare) é il primo movimento di attiviste saudite ad essersi prima affermato in maniera spontanea, e poi diffuso su larga scala per contrastare il divieto di guidare imposto nel paese. Basta, però, guardare al passato non troppo remoto, per rendersi conto che non è la prima volta che le donne saudite si coalizzano in un movimento di disobbedienza civile. Infatti, già negli anni novanta, 47 donne avevano attirato l’attenzione internazionale mettendosi al volante per il centro della città di Riad in segno di protesta. Ciononostante, né questo episodio né le altre dimostrazioni degli anni successivi hanno avuto una risonanza paragonabile a quella di “Women2Drive”.

 

Nel giugno del 2011, cavalcando l’ondata delle primavere Arabe, un gruppo di attiviste saudite si é proposto di ravvivare il movimento, concertando una campagna che incoraggiasse le donne a mettersi la volante. La loro prima iniziativa ha preso forma attraverso la campagna su facebook “Women2Drive”, contraddistinta dallo slogan “Insegnami a guidare affinché mi possa proteggere da sola”. Questa campagna è successivamente confluita in un movimento di più ampio respiro, noto come “Right2Dignity” (tr. It. Diritto alla dignità) e impegnato contro tutte le forme di disuguaglianza di genere in Arabia Saudita (HRW, 2013).

 

Modalità e tempistiche propizie sono state essenziali nel lancio di “Women2Drive”, posto che ben poche altre forme di protesta avrebbero catturato l’attenzione di settori tanto vasti dell’opinione pubblica. Le attiviste, quindi, hanno messo a frutto la propria conoscenza delle dinamiche del web, e in particolare delle piattaforme dei social media. Hanno così facilitato una partecipazione su larga scala, e offerto la possibilità a chi si volesse unire al movimento di stare al passo con il loro piano di azione.

 

Il volto di Manal Al-Sharif, una delle leader del movimento, è diventato il simbolo di “Women2Drive” quando il video realizzato dalla sua compagna Wajeha al’Huwaider, che la riprendeva alla guida, é stato diffuso online. Manal si rivolgeva a un pubblico fittizio di donne arabe, esclamando: “Quando si tratta di guidare siamo tutte ignoranti. Ci sono donne con un dottorato  che però non sanno guidare. Vogliamo imporre un cambiamento nel nostro paese” (Madeiros, 2013). Il video è diventato virale in meno di due giorni, causando l’arresto di Manal, poi fortunatamente rilasciata grazie alla pressione dei media internazionali. Questo episodio ha contribuito a portare la situazione delle donne saudite agli occhi degli spettatori di tutto il mondo, ed è stato sostenuto e diffuso su scala globale da social media e network di femministe.

 

“Women2Drive”, inoltre, ha non solo messo in luce aspetti estremamente pratici e quotidiani della condizione delle donne saudite, ma anche denunciato il pericolo che il divieto di guidare rappresenta in circostanze di emergenza (Sutter, 2012). Le reazioni a catena dei vari sostenitori e detrattori, nonché di una serie di osservatori internazionali pieni di elogi per l’impegno e il coraggio delle partecipanti, hanno fatto il resto.

 

Le attiviste saudite hanno continuato la loro campagna nei mesi del 2013, fino a un altro momento simbolico di mobilitazione dal basso. Il 26 ottobre 2013 é stata indetta una protesta nazionale contro il divieto alla guida, e lanciata una petizione online (http://www.oct26driving.com) per invitare le donne saudite a mettersi al volante e guidare autonomamente (Casey, 2013). Le sostenitrici di questa campagna hanno fatto circolare video di mobilitazioni precedenti, e caricato nuovi video e foto che le ritraggono al volante, a dimostrazione di come si fossero organizzate attraverso i social. L’iniziativa ha avuto una risonanza ancora più ampia delle predecenti, dimostrando il ruolo del cyberspace come arena che diffonde e moltiplica i gesti individuali di singole donne.

 

Ad oggi le donne saudite continuano a non poter guidare nel proprio paese, ma la campagna delle attiviste si è consolidata su scala locale e globale e mantiene questa tematica al centro del dibattito internazionale. La portata del movimento è stata tale da iniziare, lentamente, ad incidere sulle decisioni dell’élite politica saudita. Infatti, nel novembre 2014, l’assemblea consultiva dell’Arabia Saudita ha discusso la proposta di far guidare le donne a partire dai 30 anni, in specifiche ore del giorno (Mayhew, 2014). Ricostruire le cause del graduale cambiamento di atteggiamento del regime è certamente difficile, ma non si può in alcun modo negare il ruolo essenziale del cyber-attivismo femminile.

 

 

(Photo creator__Daniela Doris, https://www.instagram.com/dadoris_/)