Dietro le quinte: una guida femminista alla danza classica

 

By Rosalba Ferrante

 

 

Chiedere ad una ballerina perché danza è la domanda più difficile che si possa pensare di farle. Forse perché è una vita intera che lei per prima lo domanda a se stessa senza riuscire a trovare una risposta realmente soddisfacente: come giustificare, in maniera convincente, anni di sacrifici, diete forzate ed autostima violentata? Per non parlare poi di ossa rotte, tendini massacrati e legamenti lesionati.

 

La danza, vista dall’esterno, vive unicamente di magia, grazia e dolcezza. Del resto, come biasimare chi crede a questa favola: un corpo che si muove con la musica non consente di scorgere nient’altro oltre se stesso, e, se in quel momento fosse possibile sbirciare il retroscena, se quel corpo lasciasse intravedere la realtà dietro la poesia, la danza stessa non avrebbe ragione di esistere. Ma dietro le quinte le cose sono diverse: il mondo della danza è duro, spietato, competitivo, e quando la musica finisce e cala il sipario, cosa vuol dire essere una ballerina torna indietro con tutta la sua violenza.

 

Per prima cosa, il rapporto più autentico e complesso nella vita di chi danza è quello con il proprio corpo.  In generale, quello dell’aspetto fisico è un argomento spinoso e delicato che riguarda un po’ tutte le donne e, oggi più che mai, è risaputo quanto sia difficile imparare ad accettare l’immagine che lo specchio riflette e quelle peculiarità spesso scambiate per difetti. Per una ballerina, però, tutto ciò è quintuplicato: l’importanza che ha il corpo nella sua vita è fondamentale non solo per la serenità della vita quotidiana, ma anche e soprattutto per il buon esito della sua carriera. Una ballerina che si vergogna del proprio corpo, infatti, è una ballerina che balla male, un’artista di cui non ci si può fidare. E questo non si deve allo stereotipo della presunzione innata di cui spesso le danzatrici sono accusate, semplicemente una ballerina che non accetta il proprio corpo non danzerà mai con completa sicurezza, non avrà mai la totale padronanza del palcoscenico, della sala o del retrobottega che sia, non avrà mai una completa e sana fiducia in se stessa. Una ballerina, o meglio una donna, che tenta di nascondere il proprio corpo, lo tradisce irrimediabilmente, e dei tradimenti prima o poi vanno subite le conseguenze.

 

Ora, i problemi legati all’accettazione del proprio corpo non sono unicamente quelli legati al sovrappeso, che resta comunque una croce comune, diffusa e molto pericolosa - bisogna ammettere, poi, che è piuttosto inusuale assistere ad uno spettacolo professionale di danza dove anche un solo membro della compagnia abbia addosso qualche chilo in più-. Esistono, però, una miriade di aspetti che una danzatrice, potendo, cambierebbe di se stessa e questo perché esistono una miriade di potenziali e disastrosi difetti (per alcune vere e proprie calamità naturali!): troppo alta, troppo bassa, gambe corte, piedi piatti, ginocchio varo, schiena rigida, tendini corti, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. La verità, però, è che nessuna ha un corpo perfetto, quelle che si credono “nate per danzare”, delle quali si dice “ha tutte le doti che servono”, in realtà non hanno tutto, ma solo quel qualcosa in più che comunque, oggi come oggi, non fa una grande differenza. Ecco quindi il perché delle giornate intere passate in sala ad allenarsi, mano alla sbarra, punte ai piedi; il corpo va modellato e i difetti, se non si possono eliminare completamente, vanno almeno addolciti il più possibile. Ed é in realtà così che accade: a poco a poco si migliora, e nelle giornate positive lo specchio quasi non sembra più un gran nemico, può capitare addirittura che sorrida. Ma questo non basta, una ballerina non è mai soddisfatta e non smette mai di pretendere il massimo da se stessa; non a caso nelle sale di danza si dice sempre di dover puntare alla perfezione, a qualcosa di irraggiungibile.

 

Ed ecco, quindi, l’altro grande problema nella vita di una ballerina: il maestro di danza. Uomo o donna che sia, la sua presenza nella vita di una ballerina, soprattutto nei primi anni della formazione, è fondamentale, per certi versi quasi primaria. L’importanza delle sue opinioni, delle sue regole e dei suoi consigli, a volte rischia di oltrepassare quella genitoriale e di diventare un pensiero costante; la consapevolezza, insomma, che tutti i giorni c’è qualcuno a cui dimostrare quanto si vale, qualcuno da non deludere. In generale, voler sempre superare se stessi, voler sempre dare il meglio, non è per forza un desiderio dannoso, anzi, spinge a migliorare e a non arrendersi, ma quando il desiderio diventa un’ossessione, quando voler superare se stessi porta a farsi del male, allora è necessario riprendere il controllo. E lo stesso discorso vale anche per la questione della competizione, che nelle scuole di danza aleggia dal primo momento in cui si mettono le scarpette ai piedi in maniera consapevole: c’è la competizione cosiddetta “sana”, che può essere anche divertente e stimolante, e poi c’è quella deleteria, invidiosa, cattiva. La verità è che la figura di un maestro di danza, soprattutto nell’età dell’insicurezza, dovrebbe essere fondamentale in questo senso, quasi una guida: spronare a dare il meglio senza però farsi del male, incitare un po’ di competizione, ma far sì che non diventi letale, insegnare a prendersi cura del proprio corpo, ma senza rischiare di perderne il rispetto. Ma é raro che ciò accada e queste cose, in un modo o nell’altro, una ballerina è costretta a scoprirle da sola. Ora, che la danza di per sé insegni un modo diverso di stare al mondo forse è vero: c’è rigore, disciplina, c’è il non essere mai soddisfatti a pieno dei risultati che si ottengono e il voler primeggiare in qualunque campo si abbracci durante la vita. Ma la verità è che si tratta di tutti aspetti che si apprendono, in un certo senso, quasi inconsciamente, non ci si accorge di quando questo succede, semplicemente con gli anni, con lo studio e l’allenamento, qualcosa dentro di noi accade, si smuove, cambia.

 

Tutte le danzatrici almeno una volta nella vita hanno pensato di lasciare tutto, “appendere le scarpette al chiodo” si dice, ma la verità e che quando si avverte il desiderio di mollare, l’impulso più grande è quello di bruciarle, eliminarle, non entrare mai più in una sala di danza. Molte lasciano, scelgono altre strade perché capiscono che il gioco non vale abbastanza la candela, o semplicemente che la direzione intrapresa era sbagliata. Ma quelle che restano, lo fanno perché sanno che niente al mondo darà loro quello che dà una giornata intera in una sala di danza, niente è come il rumore delle scarpette sul linoleum, l’odore del palcoscenico, il frusciare delle quinte e lo scroscio degli applausi. Quelle che restano sanno che quando la musica comincia e la magia si compie tutto quello che c’è dietro le quinte non conta più, perché il risultato a cui le ha condotte è la danza stessa.

 

 

 

Rosalba Ferrante, nata a Napoli nel '92, studia Lettere Classiche all'Università di Napoli Federico II. Amante del teatro fin dall'infanzia, comincia a studiare danza classica all'età di nove anni. Attualmente vive a Roma dove danza e insegna gyrotonic. Ha danzato presso l'Ara Pacis, la Casa della Musica ed il teatro Ambra Iovinelli di Roma, oltre che a Trois Riviers (Canada), e collaborato a lungo con il giornale online Terza Pagina. Ha scritto di editoria, teatro e danza.

 

 

 

(Photo creator_Bill Wadman, http://www.billwadman.com/about/)