F Come … Freedom from doubt

 

By Ellen Davis Walker

 

English version here

 

 

Dubbio:
-  Stato di incertezza a proposito della verità o credibilità di una situazione. 
- Sensazione di incertezza o mancanza di fiducia.
- Momento di indecisione o scetticismo.
- Condizione di disagio o irresoluzione.

 

Facendo ricerche per questo articolo, ho digitato l’espressione “donne e dubbio” su Google. Scelta poco saggia, per diverse ragioni. Innanzitutto perché il primo risultato offertomi dal motore di ricerca è stato un ‘illuminato’ pezzo di giornalismo del Daily Mail (tabloid britannico noto per i suoi toni sensazionalistici). In secondo luogo, perché il fatto che ‘le donne dubitino’ è documentato estensivamente. La minutissima analisi della nostra ‘condizione di disagio’ popola forum, articoli accademici, studi psicologici e persino romanzi. Ho contato cinque libri in vendita su Amazon, tutti contenenti la frase ‘confidence gap’ (divario, carenza) nel titolo, e ho perso il conto del numero di articoli e saggi brevi. I nostri ‘sentimenti di incertezza e mancanza di fiducia non solo sono ampiamente riconosciuti, ma monetizzabili e in vendita. In misura sempre maggiore.

 

Questo articolo è inteso come una riflessione personale sul dubbio nel settore dell’istruzione (e non in ambito economico o psicoanalitico), ma la natura pervasiva del fenomeno mi pare comunque importante. Fino a maggio 2016, ho insegnato inglese alla Scuola Normale Superiore di Lione, che è di fatto la risposta francese a Oxford o Cambridge. Insegno a studenti che hanno superato un rigoroso processo di selezione, e che affronteranno esami estremamente competitivi su base nazionale. Sono l’élite del sistema educativo francese. É importante notare che, a studiare nella mia classe per gli esami dell’ultimo anno, sono esclusivamente studentesse. Frequentare queste ragazze per nove mesi, mi ha confermato quel che da tempo avevo intuito nel corso della mia personale esperienza all'Università di Cambridge. Una certa propensione al dubbio –la volontà di mettersi in discussione e sfidare i propri preconcetti- è spesso utile in ambito accademico. Ma può anche rivelarsi dannosa e distruttiva: uno spettro vorace che consuma lentamente le sue vittime.

 

Tornare a lavorare in un ambiente universitario mi ha fatto riflettere sui sentimenti irrisolti e le incertezze del mio proprio percorso educativo. Li vedo riflessi nelle mie studentesse praticamente su base settimanale. Queste ragazze parlano un inglese fluente, e producono brillanti, pertinenti analisi testuali, ma tremano di paura e incertezza durante le presentazioni orali. Si scusano di continuo per aver ‘sbagliato’ o ‘fatto un disastro’. Ragazze intelligenti, riflessive, cui è stato insegnato il valore dell’obbedienza e del conformarsi ad un modello prestabilito sin dalla giovanissima età. Ragazze che sentono di avere a disposizione un tempo limitato, esposte come sono a pressioni biologiche e sociali che obbligano le donne ad ottenere tutto (successo, una buona istruzione, una famiglia), fortissime in un ambiente del genere. Una delle mie studentesse ha osservato che ‘in quanto donne ci viene insegnato ad essere consapevoli di quanto abbiamo da guadagnare, ma anche, al tempo stesso, da perdere’. Una frase che ho trovato vera e lacerante in egual misura.

La mia personale esperienza a Cambridge ha seguito un andamento molto simile. In un ambiente accademico elitario e intensamente competitivo, si impara che solo i più forti sopravvivono. C’è un enorme pressione a non reagire alle pressioni: a presentarsi al mondo esterno come sicuri di se stessi e delle proprie capacità, ad abbracciare quelli che, in fondo, sono considerati tratti stereotipicamente maschili. All'epoca, venivo costantemente rimproverata per non essere abbastanza ‘forte’ o ‘assertiva’ nel formulare le mie argomentazioni, respinte da certi professori come troppo sensibili, nel mio atteggiamento quanto nelle mie analisi letterarie (N.d.A: negli atenei inglesi, la maggior parte degli esami consistono nella scrittura di saggi, soprattutto nelle discipline umanistiche). Durante una famigerata cena sociale, il rettore del mio college affermò che gli studenti maschi avevano maggiori probabilità di ottenere il massimo dei voti delle college, e questo perché erano pronti ad affrontare rischi, mentre le ragazze tendono a ‘giocare sicuro’ e a non puntare in alto. Ma eviterei di aggiungere altro su questo particolare rettore.

 

In un mondo dove un senso onnipresente di mascolinità non può essere ignorato, soccombere alle ramificazioni negative del dubbio è inevitabile. Al mio personale momento di svolta contribuirono una tragedia familiare e l’incontro con alcune insegnanti straordinarie. Il dubbio fu (temporaneamente) cancellato dalla mia esperienza accademica quando improvvisamente mi trovai a nutrire ben poco interesse per il mondo circostante, e per il mio corso di laurea. Sotto la guida di tre professoresse, che oggi restano per me una fonte di ispirazione, la sensazione di straniamento dalla poma accademica e in genere dalla quotidianità divennero una fonte di forza. Nell’incontrare insegnanti che mi incoraggiavano a mostrare la mia ‘sensibilità’ in una scrittura intuitiva e genuina, mi sentii libera. Priva di inibizioni. E mi trovai a eccellere nell'abbracciare una nuova prospettiva, che rigettava certezze assolute e tentava di vedere ogni situazione in una nuova luce.

E questo è quel che cerco di trasmettere alle mie studentesse. Nonostante l’immensa, ingiusta pressione cui sono sottoposte, so che, tutte, hanno il potenziale per eccellere a dispetto delle avversità. Sfidando i messaggi conflittuali che impongono loro di essere obbedienti ma assertive, loquaci ma modeste, disinibite ma non senza freni, pronte a correre rischi eppur consapevoli della natura precaria della propria posizione sociale, senza che le incertezze diventino una barriera insormontabile. Se il dubbio è la condizione in cui ci si trova a mettere in discussione verità stabilite (vedi definizioni in alto), allora le donne dovrebbero rendersi conto di avere in mano le chiavi del proprio successo. Mettendo in discussione il pensiero prestabilito e imparando, tuttavia, a difendersi dalle conseguenze negative del dubbio, è infatti possibile ricavare un nuovo senso di sé. Nel supportarsi a vicenda, e nell'incoraggiare approcci soggettivi che ognuna possa sentire come propri e veritieri, indipendentemente dalla disciplina o dal settore occupazionale, spero con tutto il cuore che le donne continuino a farsi largo vincenti tra la marea di libri, articoli e studi che denunciano le nostre insicurezze.

 

Le mie studentesse affronteranno i loro esami finali tra qualche settimana, mi auguro, con un rinnovato, autonomo e potente senso di sé. Spero non temano, da oggi in poi, di ‘sbagliare’ o ‘fare disastri’, e non si scusino mai più per quelli che presuppongono essere i loro limiti. Nel corso dell’anno accademico, ho tentato, durante ogni singola lezione, di far loro sapere quanto fiera fossi di ciascuna di loro, e di averle conosciute. Perché, come molte altre, spiccheranno il volo. E questo è solo l’inizio.

 

 

(Photo creator_Studio Helmo, http://www.helmo.fr)