Eco+femminismo

 

By Giulia Nicolini

 

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Cambiamenti climatici, scarsità d’acqua, siccità, riscaldamento globale sono solo alcuni dei problemi che incombono nei pensieri degli ambientalisti e che li tengono svegli la notte. Ma gli stessi problemi tengono sveglie anche le femministe.

 

Le questioni ambientali sono sempre state, e lo sono con crescente intensità, legate a diritti umani e giustizia sociale. Ci sono connessioni innegabili tra i cambiamenti climatici e i flussi migratori, anche interni alle nazioni. Idem per sicurezza alimentare e povertà. Questo è il principio fondante del movimento della 'giustizia ambientale' che interpreta i cambiamenti climatici come problemi politici ed etici radicati in un sistema flagellato dall’ineguaglianza. I sostenitori di questo movimento propongono un approccio che, oltre a contrastare i cambiamenti climatici, consideri le disuguaglianze sociali che ne derivano con intensità diverse, all’interno delle società così come in senso globale. Tra tutte, le disuguaglianze di genere hanno molto a che fare con le questioni ambientali, che producono effetti diversi sugli uomini e sulle donne. Come sostiene l’attivista peruviana Mara Alejandra Rodriguez Acha,

 

«Il clima che cambia…aumenta ulteriormente le disparità perché colpisce di più le       popolazioni vulnerabili, le quali hanno contribuito di meno alla crisi ambientale. E in trincea ci sono i corpi, le vite e la sopravvivenza di donne in tutto il mondo, soprattutto nelle zone rurali e tra le popolazioni indigene.»

Acha afferma che l’intersezione di disuguaglianze sociali, di genere, etnia, razza fanno sì che il cambiamento climatico sia una vera e propria questione femminista.

 

Soprattutto nel sud del mondo, le donne sono più vulnerabili agli effetti di breve e lungo termine. In gran parte questo è dovuto al fatto che le donne rappresentano il 70% della popolazione sotto la soglia di povertà, e in molte zone in via di sviluppo, la maggior parte della forza lavoro femminile vive di agricoltura. Il 43% della forza lavoro nell’agricoltura è donna, addirittura la percentuale raggiunge il 70% in alcuni paesi. I cambiamenti climatici costituiscono un rischio immediato per le coltivazioni e i raccolti, fonte di reddito e cibo per queste donne.

 

Le donne sono svantaggiate dal punto di vista sociale ed economico, ancor più in caso di crisi e disastri ambientali. Ad esempio, nelle zone dove i periodi secchi sono sempre più lunghi ed estremi, donne e ragazze sono costrette a passare sempre più tempo a prendere l’acqua, spostandosi sempre più lontano quando le sorgenti si prosciugano. Questi obblighi le privano del tempo necessario per dedicarsi ad attività educative e retribuite, inchiodandole di fatto ai loro uomini e alla casa. Le norme sociali sono anch’esse barriere al processo di adattamento. Terra, risorse tecnologiche, apprendistato e informazione sono fuori dalla portata di molte donne, che si ritrovano più vulnerabili nel lungo periodo ed esposte ai rischi di condizioni climatiche in continuo cambiamento.

 

Le questioni ambientali sono fonte di preoccupazione nel movimento femminista. Il pensiero femminista può fornire un approccio consapevole e una prospettiva di genere. C’è un bisogno improrogabile di incorporare questioni di genere all’interno del dibattito sui cambiamenti climatici. L’IFPRI (International Food Policy Research Institute) ha dimostrato che esiste una sostanziale differenza nel modo in cui uomini e donne percepiscono i cambiamenti climatici, il che può avere a che fare con il modo in cui le donne scelgono di adattarvisi e con il tipo di informazioni che hanno a disposizione nel maturare queste scelte. Inoltre l’IFPRI ha dimostrato che gli attori locali, nazionali e internazionali non formulano considerazioni di genere nella progettazione ed attuazione dei loro programmi. Si legge che «non esiste ricerca sufficiente nel campo dell’agricoltura e non si impiegano abbastanza risorse nello sviluppo quando si tratta di andare incontro ai bisogni e alle circostanze delle donne». Dunque le questioni ambientali sono questioni femministe perché la teoria femminista riconosce l’intersezione di genere nelle strategie per la conservazione, protezione e adattamento dell’ambiente.

 

Il movimento che unisce le istanze femministe ed ambientali è l’ecofemminismo. Mary Mellow, professoressa presso la Northumbia University, ha scritto molto di femminismo, economia ed ecologia, e descrive il movimento come un pensiero che «vede una connessione tra lo sfruttamento e il degrado del mondo naturale, e la subordinazione e l’oppressione delle donne». Una prospettiva ecofemminista, o meglio, una prospettiva ecofemminista intersezionale, può diventare uno strumento di ricerca molto utile nell’esaminare gli effetti del degrado ambientale su comunità e gruppi sociali diversi per genere e razza. Nell’autunno 2016 il movimento Black Lives Matter nel Regno Unito ha marciato al ritmo di «una crisi ambientale è una crisi razziale», fermando aeroporti a Londra e in altre città in segno di protesta.

 

Come può dunque l’ecofemminismo fare davvero la differenza? Alcuni sono del parere che possa contribuire a sradicare forme di oppressione sostenute tramite dominazione - patriarcato, razzismo e industrializzazione imperante. Affermando un approccio più sano nei confronti delle persone e del pianeta, l’ecofemminismo aumenta il rispetto per l’ambiente e per i milioni di abitanti che ne condividono le risorse. Inoltre l’ecofemminismo valorizza un’etica alternativa non-maschile, il prendersi cura ad esempio, e invita ad applicarla ai comportamenti ambientali.

 

Un simile sforzo volto a incorporare conoscenze alternative alla scienza razionale, occidentale, normalizzata, all’interno del dibattito ambientale si osserva in altre discipline e per mano di altri gruppi etnici, sociali e politici. Un esempio sono le conoscenze indigene che ormai sono inserite nei forum ambientali delle Nazioni Unite, mentre la sopravvivenza delle popolazioni indigene sia costantemente in pericolo in tutto il mondo. La voce di chi non ha potere, di chi vive ai margini, di chi è oppresso deve levarsi alta nella lotta contro i cambiamenti climatici. Deve essere riconosciuta nelle discussioni e nei dibattiti, nei forum delle Nazioni Unite e a livello locale. E le esperienze, i corpi e la vita di queste persone devono essere tenuti in considerazione e valorizzati. Solo così potremmo davvero sperare di superare le sfide ambientali condivise che ci aspettano.

 

 

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(Photo creator_ Jassy Watson, https://feminismandreligion.com/2015/01/02/painting-for-the-earth-by-jassy-watson/)

 

 

 


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