Educazione alla sessualità nelle scuole: cosa ne pensano gli adolescenti italiani?

 

 

di Alessandra Alloni, Maria Rosaria Centrone e Francesca Viola

 

 

L'Italia è uno dei pochi paesi in Europa dove l'educazione alla sessualità non è inclusa tra le discipline di studio obbligatorie né per gli alunni delle scuole primarie né per quelli delle scuole secondarie. Fin dagli anni Settanta il Belpaese ha visto il susseguirsi di varie proposte di legge al riguardo, complete di dibattiti, se non di polveroni, politici e mediatici. Tuttavia, nel 2018, eccoci qui, in un’Italia dove la responsabilità di un’eventuale educazione sessuale nelle scuole ricade su ciascun istituto. Alcune scuole propongono workshop condotti da educatori esterni. In altre, i professori di scienze e biologia dedicano all’educazione sessuale qualche ora durante l’anno. Spesso, purtroppo, non si trovano (o non si vogliono trovare) le occasioni per affrontare questi temi tra le mura scolastiche.

 

 

Al di là delle nostre singole opinioni sull’educazione alla sessualità come disciplina curriculare nel sistema scolastico italiano, in quanto ricercatrici in diritti dei minori e sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza, cin siamo molto interessare al caso italiano, data la sua eccezionalità in Europa. Abbiamo letto e ascoltato opinioni favorevoli e contrarie di politici, voci più o meno preoccupate di genitori, argomentazioni di psicologi ed insegnanti che si destreggiano tra termini come sesso, emozioni, affettività, sessualità, MST, gender.

 

 

Ma non è stata la querelle “sesso a scuola, sì o no?” a interessarci come giovani sociologhe. Quello che strideva alle nostre orecchie era quello che non riuscivamo a sentire: le voci dei bambini e degli adolescenti. Cosa ne pensano i teenager italiani dell’educazione alla sessualità in un contesto scolastico? Sarebbe utile, o no? Interessante? O sarebbe meglio parlarne tra le mura di casa, a catechismo, a lezione di calcetto, o su una chat tra amici? O forse non parlarne affatto, tanto il sesso si fa ma non si dice? E ancora... come dovrebbe essere l’insegnante ideale? Quali sono gli argomenti di cui i ragazzi vogliono, hanno bisogno di parlare?

 

 

Noi, Alessandra, Maria Rosaria e Francesca, crediamo fortemente nella partecipazione attiva dei bambini e delle bambine, degli adolescenti di ogni identità di genere, anche se minorenni, alla vita politica, soprattutto per quanto riguarda le questioni che interessano direttamente le loro vite, presenti e future. Come ribadito dall’articolo 12 della Convenzioni delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, di cui l’Italia è uno stato firmatario, i ragazzi hanno diritto ad essere informati edesprimere la loro opinione su tutto ciò che li riguarda. Hanno il diritto di dirci cosa pensano, e noi adulti abbiamo il dovere di ascoltarli.

 

 

Con questa convinzione, esattamente un anno fa, abbiamo deciso di intraprendere una ricerca di tipo qualitativo. Abbiamo intervistato gruppi di ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni in Lombardia, Veneto e Puglia. Abbiamo chiacchierato con loro di sessualità (vale a dire non limitandoci alla sfera della salute e della riproduzione, ma includendo aspetti come il pensiero critico, i ruoli di genere e gli stereotipi, le relazioni e le emozioni, gli orientamenti sessuali, il rapporto tra sesso e media, etcetera). Abbiamo posto alcune domande, ed assistito a lunghe chiacchierate tra amici ed amiche di quasi due ore. Le voci dei partecipanti sono state poi trascritte ed analizzate, con un metodo che i più tecnici riconoscere come quello della Grounded Theory di Corbin e Strauss.

 

 

La scuola come luogo adatto per parlare di sessualità

I risultati della nostra ricerca sottolineano che gli adolescenti hanno un’opinione positiva riguardo all’educazione alla sessualità e che ritengono la scuola il luogo più appropriato per il suo insegnamento. In famiglia, come all’interno delle comunità, sembra esserci pochissimo (o nessuno) spazio per questi temi. Molti dei ragazzi suggeriscono, quindi, insegnamenti obbligatori che abbiano inizio alle scuole elementari e il cui percorso continui fino alle superiori, e ci dicono che se si parlasse di sessualità fin da piccoli, sarebbe tutto più facile.

 

 

È stato interessante ascoltare teenager definire la scuola come “un luogo nel quale si impara a vivere nella società”, esprimendo una fiducia nelle istituzioni, scolastiche e non, che non ci saremmo aspettate. Gli intervistati hanno anche espresso le proprie opinioni sulle caratteristiche di una lezione di educazione alla sessualità utile ed efficace, parlando di insegnamento frontale, ma anche di test e verifiche per renderla una lezione non meno importante delle altre.

 

 

Nonostante questa fiducia nel sistema scolastico e nelle sue metodologie di insegnamento più classiche, i ragazzi e le ragazze hanno anche espresso critiche chiare verso i loro docenti ed educatori esterni, incontrati durante brevi workshop organizzati dalla scuola. Si sono lamentati di essere visti principalmente come delle tabulae rasae, contenitori vuoti nei quali inserire nozioni. Alcuni hanno dimostrato disappunto verso la mancanza di professionalità e l'imbarazzo degli insegnanti nell’affrontare argomenti sensibili in modo esplicito. Quasi tutti gli intervistati si sono mostrati d’accordo in merito all’insegnante di educazione alla sessualità ideale: giovane, esperto, specializzato ed esterno all’ambiente scolastico quotidiano.

 

 

Di sessualità si parla poco e se ne parla male, o con un approccio esclusivamente preventivo

Analizzando le interviste, ricorrono le rimostranze per la totale mancanza di spazi dove discutere di sessualità tra adolescenti, nonché per il focus preventivo e protettivo del discorso scolastico sulla sessualità. Un discorso che si concentra su gravidanze e malattie, sulla meccanica del sesso, e tralascia le emozioni, i sentimenti, il piacere, il divertimento o le paure. Nel contesto famigliare, invece, vige un forte imbarazzo, ed i giovani si rivolgono ai genitori solo quando si trovano davanti ad un problema serio come una gravidanza non voluta o episodi di abuso. Gli amici e i compagni di classe sembrano essere gli unici con i quali gli adolescenti scambiano informazioni.

 

 

Internet emerge come uno strumento importantissimo, utilizzato per soddisfare curiosità e ricevere nozioni sul sesso e le relazioni. Gli intervistati esprimono, però, scetticismo verso l’affidabilità delle informazioni trovate online, e si lamentano per essere esposti a materiale di tipo pornografico quando navigano nel web e ricercano informazioni riguardo la sessualità.

 

 

Anche la televisione è emersa come una risorsa essenziale, che può aiutare a creare spunti di discussione. Purtroppo i programmi TV dai quali i ragazzi ci dicono di aver imparato qualcosa di utile (Le Iene, o Uomini e Donne) non sono certamente concepiti con un obiettivo pedagogico o informativo.

 

 

In linea generale, in un mondo fortemente eroticizzato, nessuno sembra parlare con gli adolescenti italiani di erotismo. In un mondo caratterizzato da violenza di genere, nessuno discute con loro di differenze di genere, o li aiuta a gestire e a comprendere i rapporti umani.

 

 

Una società fortemente etero-normativa

Dalla nostra analisi delle esperienze dei giovani e delle giovani intervistate, emerge una forte categorizzazione di genere basata su una narrativa etero-normativa. Cosa vuol dire, aldilà del gergo accademico? Che il sesso viene principalmente concepito come un atto che avviene “tra una femmina ed un maschio”, la prima generalmente più emotiva ed attenta alle precauzioni, il secondo sempre pronto ad andare a letto con chiunque.

 

 

Per i ragazzi e le ragazze intervistate quando si parla di sesso e amore si parla in termini etero e, quando si parla di omosessualità, il linguaggio utilizzato non è sempre tra i più politically correct. Alcuni si chiedono come si possa amare persone dello stesso sesso “da un giorno all’altro”, e si impegolano in discussioni sulla scia de “io sono a favore dei gay”o “io non sono contro”, tipiche di una società in cui l’amore omosessuale viene a stento annoverato nella sfera della normalità.

 

 

Inoltre, i ruoli che ognuno assume in base al proprio genere sembrano essere definiti con forza. I ragazzi guardano i porno, le ragazze no. Ai ragazzi interessa fare sesso il prima possibile, le ragazze hanno paura. Le ragazze devono stare attente a non essere etichettate come “facili” (il sesso si fa solo se in una relazione); per i ragazzi non sembra essere un problema, basta farlo e più lo fai, meglio è. Le ragazze postano foto provocanti online; i ragazzi decisamente meno, ma possono ricattare le ragazze che lo fanno.

 

 

Questi risultati non ci hanno stupito; l’Italia è un paese caratterizzato da forti problematiche di discriminazione e violenza genere. Quello che però ci ha fatto riflettere sono i numerosi episodi di bullismo e cyber-bullismo emersi durante i gruppi di discussione. Molto spesso la vittima è una ragazza, presa di mira conseguentemente al suo comportamento sessuale. Il cyber slut-shaming, ovvero il processo in cui le donne vengono ammonite per comportamenti o desideri che sono più sessuali di quanto la società trovi accettabile, in questo caso online, sembra essere molto diffuso.

 

 

Tuttavia, in una nota positiva, abbiamo intuito anche una sorta di resistenza da parte di alcuni intervistati nei confronti degli esistenti pregiudizi di genere. Alcuni criticano gli adulti che non rispettano gli omosessuali; altri si chiedono se “anche i maschi non abbiamo paura di farlo la prima volta”; altri ancora criticano gli uomini che parlano male delle ragazze esibizioniste ma a cui poi piace guardare le loro foto online. Una delle nostre intervistate è stata molto chiara nel sottolineare che la consapevolezza riguardo la diversità di genere e i problemi di discriminazione dovrebbe essere una delle qualità fondamentali di un buon insegnante di educazione alla sessualità.

 

 

Non a caso, tra le più recenti raccomandazioni del Gruppo Italiano della CRC, rivolte alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, alcune riguardano esplicitamente l’avviamento di programmi e campagne di sensibilizzazione alle pari opportunità e al rispetto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. In quanto ricercatrici nel settore, ci uniamo a queste voci critiche, affermando con forza che gli adolescenti italiani desiderano e hanno bisogno di discutere questioni relative alla sessualità, non tralasciando le dinamiche di genere. La scuola sembra essere il luogo adatto a questo tipo di insegnamento, e la nostra ricerca vuole offrire un punto di partenza per costruire un curriculum di educazione alla sessualità che risponda alle preferenze, ai bisogni e alle stesse esperienze di vita degli adolescenti italiani.

 

 

 

Potete leggere la ricerca originale “Yes to Sexuality Education at School: Exploring the Voices of Italian Adolescents”, dalla quale è stato tratto questo articolo, sulla rivista Social Work Review.

 

 

 

 

Alessandra Alloni è una studentessa del Master in Studi dell’Infanzia e dell’Adolescenza e Diritti dei Minori presso l’Università di Scienze Applicate di Potsdam, Germania. Ha conseguito la laurea in Cultural Studies presso l’Università di East London, dove ha vissuto per molti anni e dove ha lavorato come educatrice nelle scuole per l’infanzia. Attualmente collabora con l’ Organizzazione Non Governativa “Terre des Hommes” a Berlino. Si interessa di tematiche legate all’infanzia, al rapporto tra minori e media e sessualità.

 

 
Maria Roasaria Centrone è una studentessa del Master in Studi dell’Infanzia e dell’Adolescenza e Diritti dei Minori presso l’Università di Scienze Applicate di Potsdam, Germania. Ha conseguito la laurea in Lingue e Culture dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale, Università degli Studi di Napoli, e il Master in Storia Coloniale e Post-Coloniale presso la Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi, India. Ha lavorato nel campo dei diritti dei minori e cooperazione internazionale per diversi anni, tra India, Egitto e Germania, collaborando con diverse ONG nazionali, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) delle Nazioni Unite e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Si interessa in modo particolare di tematiche quali l’adolescenza, le discriminazioni di genere e i diritti dei minori in relazione ai media digitali.

 

 

Francesca Viola ha oltre quattro anni di esperienza con il Gender Innovation Lab della Banca Mondiale, nella gestione e conduzione di progetti di ricerca con gruppi vulnerabili in Ghana, Kenya e Marocco. Attualmente frequenta il Master in Studi dell’Infanzia e dell’Adolescenza e Diritti dei Minori presso l’Università di Scienze Applicate di Potsdam in Germania e collabora con la sede di Berlino di “Terre des Hommes”, un’Organizzazione Non-Governativa internazionale, che si occupa della tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti. Si interessa in modo particolare ai metodi di ricerca qualitativi e quantitativi, e a temi come l’adolescenza, i diritti dei minori stranieri non accompagnati e i diritti ambientali dei bambini e degli adolescenti.

 

 
 

 
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