Essere disabili in Italia

 

 

By Emrys Travis

 

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Una premessa è necessaria: da cittadin* britannic*, non ho velleità patriottiche né coltivo alcuna illusione circa lo stato oggettivamente retrogrado dei diritti della comunità disabile nel Regno Unito. Gli ostacoli che le persone disabili devono affrontare per ottenere assistenza e agevolazioni, specialmente sotto il governo conservatore, sono enormi. Potrei scrivere una litania di esperienze orribili che io e i miei amici disabili abbiamo collezionato in ogni paese nel quale abbiamo vissuto e in ogni istituzione nella quale abbiamo lavorato o studiato.

 

Le mie esperienze in Italia e Inghilterra tuttavia hanno livelli di orrore diversi. In modo o nell’altro, le culture e i valori di entrambi i paesi hanno un ruolo fondamentale nel definire il contesto nel quale i corpi disabili esistono. Per certi versi questo articolo è semplicemente uno sfogo, con la pretesa di analizzare le ragioni alla base delle mie esperienze. Trattare il contesto italiano e inglese allo stesso modo ha ovviamente a che fare con il trattamento che mi viene riservato in quanto persona bianca, di classe media e con disabilità nascosta. Vorrei quindi sottolineare che queste mie esperienze, e quelle di amici, non sono in alcun modo generalizzabili a tutti i disabili.

 

Ciononostante, non si parla abbastanza di disabilità, in italiano né in inglese. Quindi sono qui, per parlarne.

 

 

L’Italia è un paese in cui sembra, perlomeno a me, un tipo introverso con una malattia autoimmune e svariate particolarità a livello psicologico, che 'disabile' sia uguale a 'sedia a rotelle'. E' un’osservazione tutto sommato universale in molti altri posti, ma sembra ancor più prevalente in un paese in cui un amico chiede supporto alla propria università per un disturbo d’ansia e viene spedito in farmacia, dove si vede offerto del diazepam. Vivere su una sedia a rotelle a Siena, con i suoi gradini, colline, sampietrini e palazzi inaccessibili sembra un’impresa a dir poco difficile. Studiare, da persona con svariate disabilità invisibili, è altrettanto debilitante, seppur in modo diverso. Laddove ho riscontrato nella cultura accademica britannica una certa attenzione all’individualità, l’università italiana sembra invece più omogenea. Colleghi che studiano a Milano o Bologna avranno esperienze diverse, ma qui a Siena, una piccola città che sembra un piccolo mondo a sé ancor più della mia alma mater Cambridge, c’è una maggiore enfasi (non detta) sul 'far parte', sull’essere accettati dai compagni di corso, che mi fa sembrare un alieno - un alieno disabile non eterosessuale. L’attivismo basato sull’identità (identity-based activism in inglese) sembra non esistere, a dispetto delle mie migliori intenzioni di ricercarlo. Come faccio quindi a trovare la mia comunità, il mio posto, quando non parliamo degli aspetti che ci rendono diversi e glissiamo sulle nostre identità ed esperienze per sembrare 'normali'?

 

 

Pur riconoscendo appieno che ogni mia generalizzazione culturale su un paese nella periferia del quale ho vissuto per sei mesi potrà sembrare un facile espediente, posso dire con assoluta certezza che il sistema universitario italiano è mio nemico giurato. Un giorno qualcuno avrà pensato bene di sedersi, davanti a un calice di vino, e inventare a tutti i modi possibili per rendere l’università di Siena opaca, neuro-normativa e accessibile solo a persone che il mio cervello cronicamente affaticato percepisce come supereroi. Ovviamente ci sono supereroi anche a Cambridge, ma a Cambridge posso perlomeno trascinarmi a una o due lezioni di 50 minuti al giorno e studiare a casa nel mio letto. Non ci si aspetta certo che sia presente e cosciente per 18 ore di lezione a settimana, su sedili che sono studiati per persone con tutte le articolazioni e i muscoli a posto, che non hanno attacchi di panico in posti affollati senza via d’uscita e pieni di sconosciuti. A Cambridge hai una vaga idea degli argomenti d’esame. A Cambridge le email di preghiera agli assistenti, mandate quando hai inavvertitamente dormito per diciotto ore, ricevono risposta, anche se infastidita.

 

Per chi non se ne intenda del sistema degli esami universitari in Italia, va più o meno così. Il giorno dell’esame ti alzi prestissimo, indossi qualcosa di vagamente professionale per far credere a te stess* che sai cosa stai facendo, interroghi e ti fai interrogare dai colleghi di corso su vita, morte e miracoli di decine di poeti. L’intera classe si presenta alle 9, ma il professore arriva alle 9 e venti, annunciando che ha del lavoro da sbrigare nell’ora successiva, dopo di che farà sei esami (individuali, orali) e poi tre ore di pausa per un incontro di facoltà (leggi pausa pranzo). Il tuo gruppo di studio si trascina in biblioteca, poi al bar, poi a fumare, poi al fast food, i vestiti pseudo professionali macchiati se non di caffè, di ketchup o curry. Mentre si fa buio, torni verso l’ufficio del professore e resti in fila in corridoio per diverse ore ancora finché non arrivano i tuoi terrificanti venti minuti e poi puoi finalmente affogare i tuoi dispiaceri in un aperitivo. Se sei come me - fatica cronica, dolore cronico, cronicamente in ansia per cambi di programma (grazie mille autismo) - passi i tre giorni successivi a letto, perché girovagare per dieci ore consecutive aspettando di parlare di letteratura italiana per venti minuti non è qualcosa che riesci a fare senza pesanti conseguenze sul piano fisico.

 

 

Amarezza a parte, Cambridge sembrava ciò che di più difficile avessi mai dovuto affrontare. Ora che sono qui mi manca; un sistema che, per quanto opprimente e spesso confuso, ti guida attraverso cosa ci si aspetta da te. Un sistema universitario fondato sullo sviluppo e l’applicazione di competenze, invece che sull’accumulare nozioni. Una cultura studentesca nella quale posso scegliere la mia cerchia sociale in virtù di esperienze comuni di marginalizzazione. Certo, con tutta probabilità ogni sistema e ambiente favorisce qualcuno a discapito di qualcun altro. Le mie esperienze non sono certo oggettive e neanche Cambridge è il posto più accogliente per molte persone disabili (me in primis, e in molti modi). Non so bene come concludere, perché questo pezzo non vuole essere una lista di pro e contro, né vuole dare voti. L’accessibilità non è né semplice né oggettiva, così come la comunità disabile non è più o meno monolitica di quella non disabile. Ci sarà una miriade di modi in cui il luogo in cui viviamo, lavoriamo o studiamo ci sarà ostile, ci saranno infinite strutture dalle quali saremo stat* ignorat*. Impariamo a notarli. Iniziamo a farci sentire. Altrimenti il peso ricadrà su di noi, che abbiamo già abbastanza di cui preoccuparci.

 

 

 

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(Photo creator, https://www.flickr.com/photos/sprochello/)

 

 

 


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