F Come.. Feminist Revival

 

By Lilia Giugni

 

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Il femminismo la mia generazione l’ha incontrato, e neppure troppo spesso, sui libri di storia. Figlie degli anni ‘80, di un’Italia più propensa a leccarsi ferite di decenni convulsi che ad impegnarsi in nuove battaglie, nessuno pareva mettere in discussione il nostro diritto ad essere e fare quel che ci sentissimo. Negli anni, ci hanno sfiorato vicende terribili ma –ci illudevamo allora- lontane: mutilazioni genitali, stupri di guerra, limitazioni delle libertà fondamentali. Soprusi spesso presentatici in una precisa cornice concettuale, quella dello scontro di civiltà’, della superiorità morale detenuta dall’occidente, e raramente ricondotti ad una visione di insieme delle problematiche di genere. Abbiamo conosciuto, dal canto nostro, piccole e grandi discriminazioni, subito molestie, assorbito e combattuto stereotipi, senza, spesso, connettere i puntini.

 

C’è aria di cambiamento, però, in questi anni ’00 e ’10. Nel 2012, l’autrice inglese Laura Bates ha creato Everyday Sexism, una piattaforma online presto assurta a fenomeno internazionale, dove chiunque, anche in forma anonima, può denunciare episodi di sessimo. Undici anni prima, la sua connazionale Cathrine Redfern aveva fondato ‘The F Word’, rivista online seguita oggi da milioni di lettori. Un altro web-zine, l’americano Feministing, dà voce dal 2004 a una nuova generazione di attiviste, che si rivolgono prevalentemente ad un pubblico di coetanee.

In tanti hanno identificato proprio nell’uso sapiente delle tecnologie il tratto costitutivo di un’ipotetica ‘fourth wave’, una quarta ‘ondata’ del movimento femminista. Per nuance analitiche e modalità strategiche, infatti, questo resuscitato attivismo si distinguerebbe tanto dalla lotta delle suffragette per i diritti politici, quanto dalle rivendicazioni economiche, sociali e private degli anni ’60 e ’70, o dalle innovazioni operate nei primi anni ‘90 in materia di sessualità e linguaggio.

 

Ѐ senz’altro vero che il web, e i social network in particolare, hanno giocato un ruolo essenziale nelle campagne più virali ed efficaci degli ultimi anni. Basti pensare alla petizione che la scorsa primavera ha messo alle strette i tabloid britannici, obbligandoli ad eliminare le immagini semi-pornografiche tradizionalmente pubblicate a pagina 3, o  all’hashtag ‘Ni Una Menos’, ‘non una di più’, che ha portato in piazza le donne latino-americane contro la violenza di genere.

Proprio la piazza resta, però, luogo reale e simbolico, e non solo telematico. Solo negli ultimi mesi del 2015, milioni di manifestanti hanno affollato le strade argentine e spagnole. Rivendicazioni di genere sono emerse nelle proteste di Piazza Tahrir, e le attiviste del gruppo transnazionale Femen hanno scelto strade e spazi pubblici come teatro delle proprie performance. Nel 2011, 3000 canadesi hanno gridato la propria rabbia contro quanti giustificano e trivializzano la violenza machista a seconda dell’abbigliamento della vittima. La marcia, ribatezzata Slut Walk, é diventata un appuntamento fisso per i cittadini di Toronto e ha ispirato proteste in Svizzera, Brasile, Colombia, Corea del Sud, India e Singapore. Ancora, le femministe inglesi dal 2004 scelgono ogni anno di ‘riappropriarsi della notte’, reclamando il diritto delle donne a camminare senza paura per le vie di diverse città. Dalla coraggiosa reazione delle attiviste indiane dopo l’escalation di stupri del 2013 alle dimostrazioni studentesche contro le aggressioni sessuali nei campus statunitensi, i network virtuali paiono rafforzare più che soppiantare le forme di militanza tradizionale.

 

Al tempo stesso, la nuova effervescenza del movimento inizia a far breccia anche nella produzione artistica e culturale. Ecco che nelle librerie anglosassoni spopolano La cattiva femminista di Roxanne Gay e Bambole viventi di Natasha Walter, accanto alle ultime fatiche delle femministe storiche Naomi Wolf e Gloria Steinem e alla fiction di Chimamanda Ngozi Adichie, Maya Angelou e Nawal El Saadawi. Suffragette e Carol riempiono le sale cinematografiche, mentre le pop star Beyonce e Lady Gaga rilasciano singoli sull’oggettificazione del corpo femminile e la drammatica solitudine delle vittime di violenza.

La ricchezza e la varietà di questi contributi spiegano il carattere complesso, composito e in continua evoluzione del femminismo odierno. Attiviste profondamente diverse per generazione, provenienza, identità sessuale e socio-politica si confrontano apertamente sulle sfide della realtà contemporanea. Il concetto di intersezionalitá, ereditato dai dibattiti teorici degli anni ’90, ha ampliato gli orizzonti del movimento, imponendo rispetto per la differenza e denunciando ingiustizie strutturali malcelate dalle stesse rivendicazioni femminili. Nell’era di Photoshop, della rivoluzione delle tecnologie riproduttive, della migrazione di massa e di nuove lotte per i diritti civili, urgono nuove riflessioni sul corpo, l’anima e la libertà delle donne.

E l’Italia, le italiane? E noi, sempre più o meno figlie degli anni ’80, ancora nel Belpaese o all’estero, sempre e comunque parti in causa? E le nostre madri, sorelle maggiori e minori, le figlie che abbiamo o che avremo? Nelle università italiane mancano, per cominciare, dipartimenti di studi di genere, e nelle librerie da grande distribuzione scaffali destinati alla letteratura femminista. In materia di rappresentanza femminile, prevenzione della violenza di genere, immagine e percezione della donna nei media nazionali, la strada resta più che mai in salita. Ciò non toglie, però, che anche in Italia oggi si discuta, ci si indigni e ci si batta.

 

Il documentario-shock di Lorella Zanardo, Il Corpo delle Donne, ha accumulato dal 2009 milioni di visualizzazioni, ispirando un libro, un blog di successo, e un progetto di sensibilizzazione culturale che l’autrice porta avanti nelle scuole. Nel 2011, un gruppo eterogeneo di figure femminili note e meno note ha dato vita al movimento Se Non Ora Quando e, in diverse occasioni, riempito le piazze contro la degradazione delle donne nella vita pubblica. Decine di blog individuali e collettivi si sono interrogati, negli ultimi anni, su tematiche femministe, contribuendo all’organizzazione di grandi manifestazioni romane nel 2007 e nel 2008. Ancora,  la mobilitazione contro il femminicidio si giova dei contributi di grandi firme e volti noti quali Conchita De Gregorio e Serena Dandini. Le artiste Carmen Consoli, Gianna Nannini, Elisa, Emma, Irene Grandi e Nada hanno di recente inciso il brano-denuncia La signora del quinto piano, devolvendone i proventi al Telefono Rosa. E mentre i lettori si entusiasmano per le storie al femminile -oltre che dichiaratamente femministe- di Elena Ferrante, l’Espresso dedica il primo numero del 2016 a un dossier sulla condizione femminile.

F Come si unisce alla discussione, all’indignazione e, ovviamente, alla battaglia. Vi invita, soprattutto, a connettere i puntini. A chiamare le cose con il loro nome, a costruire e a riappropriarvi di un linguaggio che aiuti a comprendere, reagire, mettere insieme scenari e rivendicazioni. Reclamando il lascito di lotte passate e portando alla luce bisogni presenti, che ci riguardano, tutti, uomini, donne e comunità. In Italia e fuori. Benvenuti su fcome.org.