F Come…femminismo e Harry Potter

 

 

By Ellen Davis-Walker

 

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Una carissima amica, e collaboratrice di F Come, mi ha chiesto di scrivere un pezzo sulle icone femministe in Harry Potter.Questa richiesta non è certo stata casuale: si dà il caso che tale amica fosse presente durante un famigerato evento a tema Harry Potter durante il quale ho rivelato fino in fondo la mia nerdaggine harrypotteriana. Ero travestita da boccino d’oro, con tanto di abito lungo dorato, ali, trucco glitter ed espressione contrariata per il fatto che nessuno avesse acconsentito ad accompagnarmi vestito da pluffa. Durante il quiz a squadre (la competizione era tutto sommato…alle stelle!), mentre sorseggiavamo cocktail-pozione, ho cercato di inerpicarmi su un tavolo per gridare le risposte più forte degli altri. Ho persino intimato ai miei compagni di squadra di «concentrarsi sulla partita». Non sarò qui a raccontare cosa è successo quando abbiamo perso per UN punto. Il ricordo è ancora troppo doloroso.

 

Perché iniziare l’articolo raccontando gli aspetti più imbarazzanti della mia personalità, vi chiederete. La risposta è semplice. Io adoro Harry Potter. Dall’età di 8 anni sono stata catturata dal mondo decritto da J.K. Rowling. Ho un ricordo più vivo degli incantesimi che del mio orario scolastico. Se fossi sindaco di Londra, TFL (la società che gestisce i trasporti, ndr) sarebbe contrattualmente obbligata a suonare brani rilassanti de La Pietra Filosofale ad ogni guasto sulla Piccadilly line. Sosterrò il valore e il merito letterario della serie di Harry Potter finché vivrò. Tuttavia sono riluttante a definirla una serie del tutto femminista: non sono totalmente sicura che i personaggi femminili debbano, o dire il vero, possano essere considerati icone (sorry, Lilia). Come ogni cosa nelle opere della Rowling, i personaggi femminili sono caratterizzati da una certa complessità socio-letteraria sottile, che a volte sembra addirittura una condanna.

 

Nonostante il mondo della magia esista per certi versi in contrapposizione al mondo «babbano», non è del tutto immune alle dinamiche di genere del secondo. I personaggi femminili in Harry Potter sono visti nella stessa ottica riduttiva che influenza i comportamenti nel mondo «reale». Proprio come i loro corrispettivi «babbani», le streghe sono intrappolate in ruoli triti e semplicistici che sarebbero di casa tra le pagine di OK magazine (o in un qualsiasi algoritmo You Tube). Hermione resta una noiosa «so tutto io», troppo cervellona e indipendente per essere attraente, fino al giorno in cui mette finalmente le mani su del serio lisciante per capelli, un vestito attillato e Victor Krum. Tra le cose che Harry ammira in Ginny Weasley c’è il fatto che, al contrario delle altre, non piagnucola mai (attribuendo magnanimamente il suo approccio stoico al fatto che sia cresciuta tra maschi). Palma Patil e Lavanda Brown sono in pratica Karen e Gretchen del film Mean Girls, solo un po’ meno antipatiche e adulanti nei confronti di un imbroglione psicopatico di mezza età troppo attaccato alla bottiglia. La signora Weasley resta schiava del focolare (torta di compleanno e calzini stirati vi dicono niente?) finché non viene sconfitta da Bellatrix Lestrange. Persino la professoressa McGranitt, di fiero sangue scozzese, viene tradita dalla sua innata fragilità femminile, e soccombe nella battaglia finale. C’è un che di ironico nel fatto che fra tutti lei avesse il potere di trasformare Voldemort in un esserino innocuo come un criceto sovrappreso, o un elastico di gomma. E poi ci sono le Veela, figure celestiali, il cui unico obiettivo sembra essere quello di ammaliare gli uomini con la loro bellezza eterea. Mi viene da pensare a Mob Wives, o Striscia la Notizia, per i nostri lettori italiani.

 

Ma nonostante queste (purtroppo fin troppo note) incursioni sessiste, il potere trasformativo del mondo di J.K. Rowling non dev’essere sottostimato. Ad Hogwarts le ragazze combattono troll, mettono fuoco ai mantelli dei professori, volteggiano su scope volanti, s’intrufolano nelle banche, e sconfiggono tiranni. Hogwarts è un luogo immune alle aspettative esteriori della cultura popolare contemporanea. Nessun donna ha un disturbo alimentare o è additata per essere troppo grassa o troppo magra, troppo muscolosa o non abbastanza femminile. Non mangiano per metter su massa (vedi #eatforabs and #girlsgains) ma non si lasciano nemmeno morire di fame. Si preoccupano a volte dei «denti da coniglio» o dell’acne, ma la Rowling non lascia che questo diventi mai un problema. Personalità, senso dell’umorismo e il ruolo giocato nel tessuto narrativo hanno sempre la precedenza. Le ragazze ricevono attenzioni maschili, diventano a volte oggetto di desiderio, ma tale desiderio resta sempre provvisorio e indefinito. Le relazioni sono confuse, quasi infantili, e di certo non vengono consumate all’interno del contesto scolastico (il sesso non è nemmeno mai nominato, mai). Nel limbo tra l’infanzia e l’età adulta, le ragazze della Rowling restano inconsapevolmente non-sessualizzate, non vengono oggettivizzate dai compagni né ignorate dagli adulti. Fanno parte di un mondo in cui essere femmina non è un ostacolo al successo.

 

Pur essendo riluttante ad individuare icone femminili nei libri di Harry Potter, non voglio perdere la possibilità che mi si presenta davanti. Imperfetto com’è, il mondo magico rimane un luogo dove l’amicizia e la solidarietà fanno vincere la pace e non l’ingiustizia. Un mondo dove l’amore di una madre è l’arma più forte. Dove chi non c’è più resta a fianco dei propri cari, custodito teneramente in uno specchio, in un sogno, immortalato in un ritratto. E’ un mondo dove le ragazze sono libere di emergere, letteralmente e figurativamente, e dove la forza d’animo è ciò che le porta al trionfo finale. E’ un mondo prezioso nella sua sconfinata fragilità: una promessa effimera di ciò che potrebbe essere, se solo ci dessimo la possibilità di credere nella magia.