Filomene antiche e moderne: intrecci di vite stuprate

 

By Clara Stella

 

 

*Attenzione: riferimenti a temi di stupri, violenza e linguaggio esplicito*

 

 

 

'Da questa offesa nasce un solo desiderio: che non avvenga mai più una cosa simile. Fa’ che io non sia mai più donna, e avrai compiuto il mio più grande desiderio’ (Ceri, violentata dal Dio del mare Nettuno)

 

‘Gli piaceva pure a lei andare a divertirsi… Sono le donne oggi che fanno schifo… hanno fatto bene ad andare con una come Fiorella. Dovevano forse perdere l’occasione?’ (Dal documentario Processo per Stupro, 1979)

 

‘Delle ragazzine guarda…sono troppo… guarda non lo so, una volta non c’erano queste cose’ (Melito Porto Salvo, intervista ad una signora-con-canotta-azzurra dopo l’avvenuto stupro di una tredicenne, TGR Calabria 11 Settembre 2016)

 

Ade e Persefone, Apollo e Dafne, Zeus e Europa: nel mondo greco il rapimento seguito da stupro percorre come un filo rosso gli albori del mito. La vicenda di Aracne, macchiatasi di hybris per aver sfidato e vinto Atena, ci offre un’efficace lettura dei ruoli e delle dinamiche sociali che regolavano i rapporti tra divinità e mortali. Aracne, infatti, figlia del tintore Idmone e conosciuta in tutta la Lidia per le sue abilità di tessitrice, sfida niente meno che la temibile dea delle arti in una pubblica gara di ricamo. Rispetto alla solenne tela ricamata da quest’ultima, le vicende e le storie che popolano quella di Aracne sono uno squarcio e una denuncia del reale, che le valgono una definitiva condanna a tessere per sempre sotto forma di ragno (Ovidio, Metaforfosi, VI.III, 103-07):

 

Aracne invece disegna Europa ingannata dal fantasma

di un toro, e diresti che è vero il toro, vero il mare;

la si vede che alle spalle guarda la terra

e invoca le compagne, e come, per paura d’essere lambita

dai flutti che l’assalgono, ritragga timorosa le sue gambe.

 

Aracne, che sfida il potere costituito, ricamando gli amori degli dèi dell’Olimpo svela di fatto ‘di che lagrime […] e di che sangue’ si specchi e ‘grondi’ la spada del potere. Le sue dita veloci non raccontano gloriose imprese ma vizi, capricci e ripetute violenze ai danni dei mortali.  I suoi ricami rappresentano gli inganni di Zeus, i travestimenti di Apollo e quelli di Nettuno ai danni di ninfe e fanciulle. Gli dei sono stupratori, uomini potenti che impongono il proprio dominio su ciò che vogliono e, impuniti, riescono a ottenerlo. Anche Atena, d’altronde, nasce da uno stupro: ma la dea, ora, è parte del mondo degli oppressori, e non c'è alcuna possibilità di sodalizio femminile.

 

Nell’Ars Amatoria di Ovidio, la violenza è descritta come qualcosa di gradito alla fanciulla (‘vim licet appelles: grata est vis ista puellis:/ quod iuvat, invitae saepe dedisse volunt’), una tacita richiesta, un atto silenziosamente desiderato. Il lettore viene invitato dal poeta latino a imporre il proprio corteggiamento anche con la forza se necessario, e il manuale si propone di fornire una chiave per aprire lo scrigno del casto animo femminile. In questo gioco di ruoli, la donna è rappresentata come pudica, ritrosa, passiva: solo con la violenza ha finalmente la possibilità di esplicare e dare voce al proprio piacere.

 

 ‘Se nel 1977-78 una ragazza vuole andare/ con un ragazzo ci va, molto semplicemente. /E non si parla di ‘vis grata puellae’ / o della resistenza destinata a cadere/ come le mura di Gerico’ (Avvocato Tina Lagostena Bassi, Processo per stupro, 1979)

 

La violenza sulle donne, come sappiamo dai più recenti dati ISTAT per l’anno 2015, ha in più del 60% dei casi un volto familiare. In fin dei conti, un po’ la stessa cosa che succede a Filomena, in una Tracia agli albori dell’identità europea. Secondo il mito, la giovane viene brutalmente violentata dal marito della sorella Procne, Tereo, re della Tracia. Un archetipo, se vogliamo, degli stupri a porte chiuse, ‘tra le mura domestiche’, e di volti familiari che si tramutano in carnefici (Ovidio, Metamorfosi, III.VI, 571-79):

 

Era passato un anno, il Sole aveva percorso i dodici segni:

che può fare Filomela? La sorveglianza le impedisce la fuga,

le pareti della capanna sono di solida pietra,

la bocca muta non può svelare i fatti. Ma è grande

l’ingegno del dolore: nelle disgrazie si è astuti.

Appende al telaio una tela barbara,

e intreccia sul filo bianco segni purpurei,

denuncia del delitto, e la consegna alla fine

ad una serva, pregandola a gesti di darla alla regina

 

Filomena non ha possibilità di parola, ha la lingua tagliata ed è sola, distante dalla sorella. Solo dopo un lungo anno di rielaborazione, la giovane decide di dare forma alla propria vicenda in un linguaggio altro, ricostruendo così la trama dell’accaduto. La tela è il luogo della rielaborazione della sofferenza, è l’arma della vendetta e risarcimento dalla voce perduta. L’arazzo è recapitato alla sorella che in un attimo capisce l’accaduto. Con una furia che ricalca quella di Medea, Procne decide di uccidere il figlio Iti e, come punizione estrema, di darlo in pasto al marito nel banchetto serale di benvenuto. Nello sviluppo psicologico del personaggio, Ovidio è attento alle oscillazioni dell’animo della Procne madre-donna-sorella. Iti agli occhi della madre non è più un figlio: è brutalità in nuce, mascolinità in potenza, archetipo del sopruso.

 

'La comunità si fa i fatti propri, si guarda alla propria famiglia, ed è meglio così!’ (Settembre 2016, intervista ad un-signore-con-il-giornale presso Melito Porto Salvo. Il branco che abusa per due anni la tredicenne era formato dal fidanzato e ragazzi legati ad organizzazioni mafiose. TGR Calabria, 11 Settembre 2016)

‘Mica posso rovinare una famiglia. E poi come guardo sua moglie. Lei lo sa, se è successo con me, sarà già successo altre volte, lei lo sa e non vuole vedere. No, e poi cosa dico in tribunale? Dormivo. Non posso montare tutto sto casino, tutte ‘ste famiglie convolte.’ (Estratto dalla Campagna Perché non ho denunciato, 25 Maggio 2015)

Con un salto di secoli, la poetessa Gaspara Stampa ricorda le due sorelle nel sonetto CLXXIII delle sue Rime, pubblicate postume dalla sorella Cassandra nel 1554. Nel canzoniere stampiano non c’è spazio per gli dei, non c’è spazio per i pentimenti religiosi. Procne e Filomena sono chiamate con forza ad aiutare la penna dell’io e fornire lo scenario su cui ricamare e rendere note al lettore le angherie subite dal suo amato Collaltino. Gaspara invita le due sorelle ad affiancarla, a stare dalla sua parte (‘Cantate meco […] anzi piangete il mio grave martire’) in un movimento di sostegno e ascolto reciproco. In cambio dell’aiuto ricevuto, Gaspara promette alle due donne, tramutate ormai in uccelli, di piangere il loro dolore ‘a tutte l’ore / con quanto stile ed arte potrò farlo’.

 

Uno dei miti più famosi dell’urbe romana, esempio supremo di castitas e onore, è Lucrezia. Secondo Tito Livio, la regina romana decide di suicidarsi dopo aver denunciato al marito la violenza subita nel talamo nuziale per mano di Tarquinio il Superbo, introdotto in casa dal marito stesso. La vicenda di Lucrezia diventa nel Medioevo e nel Rinascimento l’esempio allegorico della pudicitia e del decoro dei costumi. Nel racconto di Tito Livio, sebbene la denuncia sia vista positivamente come strumento che porta alla cacciata definitiva dell’ultimo dei Tarquini da Roma, le responsabilità del carnefice sono adombrate dall’importanza di ricostituire l’onore violato della famiglia.

Il 15 aprile 2007 Carmela Cirella si getta dal settimo piano di un palazzo alla periferia di Taranto a seguito di stupri prolungati e l’internamento come ‘disturbata’ in un centro per minori a Lecce

 

Anche l’Italia degli anni del benessere ha avuto la propria Lucrezia: Il 24 giugno 1950, per volere di Papa Pio XII, l’undicenne Maria Goretti, ferita a morte nel 1902, diventa ‘Santa’ e icona della resistenza. ‘Santa’ per aver difeso la propria purezza in un tentativo di stupro e aver perdonato il proprio aggressore poco prima della morte. Al contrario, la protagonista della famosa sentenza ‘dei jeans’, che annullava la condanna per violenza sessuale ad un istruttore di guida, non ha trovato altrettanto posto tra i cieli. Rosa, diciottenne, aveva avuto la colpa di indossare infatti dei famigerati jeans, un indumento che ‘non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta’.

 

‘è istintivo, soprattutto per una giovane, opporsi con tutte le sue forze a chi vuole violentarla e che è illogico affermare che una ragazza possa subire supinamente uno stupro......nel timore di patire altre ipotetiche e non certo più gravi offese alla propria incolumità fisica’ (Estratto da Renato Voltolin, ‘La sentenza dei blue jeans’)

Tra Roma, Napoli e Londra si possono ammirare le tele di Artemisia Gentileschi, pittrice degli inizi del Seicento e una dei massimi esponenti del Caravaggismo tra fine XVI e inizio XVII secolo. Passeggiando tra le varie gallerie, si può tenere a mente anche l’esistenza di un grosso fascicolo d’atti processuali che raccontano lo stupro subito da Artemisia a mano di un collega e frequentatore della bottega Gentileschi. Il pittore Agostino Tassi, infatti, collaborava assiduamente con il padre della pittrice ed era, inoltre, insegnante di prospettiva della giovane:
‘quando fummo alla porta della camera lui mi spinse dentro e serrò la camera a chiave […] mi mise un ginocchio fra le coscie ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi’

 

Negli atti del processo, Artemisia è accusata di essere una ragazza facile: per l’opinione comune Artemisia è scostumata, un’artista e, di conseguenza, anche una puttana. Tassi aveva provato a tranquillizzarla promettendole un matrimonio riparatore, nel quale Artemisia e il padre avevano sperato ardentemente. A conti fatti, l’Italia prima del 1981 non era poi tanto diversa da quella d’inizio Seicento. Fino a tale data, infatti, il reato di violenza carnale era considerato estinto se seguito da matrimonio, e al solo 1996 risale la legge che colloca il reato di violenza sessuale tra i delitti contro la persona, anziché contro la morale.

 

 

Le Filomene moderne continuano a doversi scontrare con l’immagine pubblica, con la morale e con gli archetipi della purezza e dell’inviolabilità. Subiscono un altro stupro quando vengono giudicate, e soggiogate dall’omertà, dall’oblio o dalla gogna mediatica. Anche il cyberbullismo è, a parere di chi scrive, una forma di stupro della persona, del suo nome e della sua identità privata e pubblica:

 

Le donne vittime di violenza e abusi sono altre. Non certo una che si fa i video porno con un partner occasionale, a 30 anni, non 16. E reagendo divertita, non a sua insaputa. Dispiace che sia morta, ma non è una vittima, è carnefice di se stessa’ (Facebook, dalla-mia-lista-contatti, Settembre 2016)

Questo scritto non è conclusivo e, anzi, vuole essere un collage di episodi mitici, storici e di cronaca quotidiana. Non vuole essere paternalistico, ma giocare con il mito, la storia e la letteratura per ricordare il filo rosso esistente tra archetipo e reale, tra fantasia e realtà. La violenza sulle donne è nel mito, è nella letteratura, ed è anche nell’immaginario edulcorato della Dafne del Bernini. Il documentario Processo allo stupro del 1979, a quasi quarant’anni di distanza, ci ricorda come il giudizio, e il pregiudizio, siano ancora vivi, nel web, tra i commenti di Facebook o nel linguaggio comune:
‘Ti è piaciuto zoccolare e farti guardare!?! adesso non ti resta che da un foulard penzolare… stai facendo il video!?! Brava... ahahahahah Spero che da domani tutte quelle come lei facciano la stessa fine!!! Tutte da un foulard a penzolare!!’ (Facebook, Settembre 2016)

‘Puttana se l’è cercata’/‘Se l’è cercata! Purtroppo non si può farsi registrare dal primo tizio che passa con cui tradisce il fidanzato’ (Facebook, Settembre 2016)

 

 

 

Clara Stella, vegetariana e giovane femminista, sta completando il proprio dottorato in letteratura italiana rinascimentale presso l'allegra e verdeggiante Leeds. Il suo progetto si focalizza sulla scrittura d'autrice nel XVI secolo non esimendosi, tuttavia, da momenti di pausa nei simpatici pascoli dello Yorkshire. Leggi altro di Clara.

 

 

 

Bibliografia:

Anna Rosalind Jones, ‘New Songs for the Swallow’ in Refiguring Woman: Perspectives on Gender and the Italian Renaissance, a cura di Marilyn Migiel e Juliana Schiesari (Ithaca, New York: Cornell University Press, 1991).

Artemisia Gentileschi, Lettere precedute da “Atti di un processo per stupro”, a cura di Eva Menzio (Abscondita: Milano, 2004).

Fabrizio Bondi, ‘“Cantate meco, Progne e Filomena”. Riscritture cinquecentesche di un mito ovidiano’, in Parole Rubate. Rivista Internazionale di Studi sulla Citazione, 3 (2011), 27-62.

Gianpiero Rosati, ‘La strategia del ragno, ovvero la rivincita di Aracne. Fortuna tardo-antica (Sidonio Apollinare, Claudiano) di un mito ovidiano’, Dictynna, 1 (2004), consultato il 15 settembre 2016.

Marialuisa Vallino e Valeria Montaruli, Artemisia e le altre. Miti e riti di rinascita nella violenza di genere (Armando Editore: Roma, 2016).

Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, a cura di Nino Scivoletto (Torino: Utet, 2013).

Renzo G. Carlo e Giovanna Oscari, La violenza sessuale. Un viaggio attraverso miti, stereotipi, realtà (Aracne: Roma, 2007).

 

 

 


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