Gli occhi sulla strada. Donne e sicurezza negli spazi urbani.

 

By Alexandra Ana

 

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Più di cinquant’anni fa Jane Jacobs scrisse Vita e Morte delle Grandi Città (The Death and Life of Great American Cities), offrendo forse il suo maggiore contributo allo sviluppo degli studi urbanistici e cambiando radicalmente il modo in cui oggi pensiamo la vivibilità delle città, attraverso il concetto degli occhi sulla strada.

 

“La strada deve essere sorvegliata dagli occhi di coloro che potremmo chiamare i suoi naturali proprietari. In una strada attrezzata per accogliere gli estranei e per garantire lo loro sicurezza e quella dei residenti, gli edifici devono essere rivolti verso la strada; non è ammissibile che gli edifici lascino la strada priva di affacci, volgendo verso di essa la facciata posteriore o i lati cechi.” Secondo la Jacobs, una città vivibile e fiorente è una città in cui le persone si sentano al sicuro, pur essendo fondamentalmente estranee le une alle altre. Ma com’è possibile? E’ possibile avendo strade frequentate.

“Tutti sanno che una strada urbana frequentata è probabilmente anche una strada sicura, a differenza di una strada urbana deserta.” Gli occhi sulla strada assicurano un tipo di sorveglianza informale, perché le strade rappresentano la scena principale dell’ambiente urbano.

 

Viene da chiedersi, ma gli occhi sulla strada funzionano nel 2016? Sento spesso i racconti di amiche che sono apostrofate e aggredite per strada senza che nessuno intervenga. Quasi ogni giorno leggo status su Facebook di donne più o meno giovani che s’indignano in rete contro le aggressioni sui mezzi pubblici, nei parchi, nei parcheggi o nei luoghi pubblici. [1] Leggo quotidianamente storie di aggressioni in strada (spesso a sfondo sessuale) come l’aggressione collettiva nella piazza di Colonia la notte di Capodanno. Si è parlato di un migliaio di giovani uomini coinvolti, e di più di 80 donne che hanno denunciato alle forze dell’ordine reati di aggressione sessuale e borseggi.

 

Uno studio sulla violenza contro le donne promosso dalla Commissione Europea riporta che una donna su tre nei Paesi UE ha subito violenze fisiche e/o sessuali dall’età di 15 anni, e che donne vittime di violenza hanno più paura di subire ulteriori aggressioni. Lo studio mostra anche che le donne temono potenziali aggressioni da parte di estranei e che più della metà di loro evita situazioni o luoghi per paura di essere aggredite fisicamente e sessualmente. Quattro donne su dieci evitano luoghi pubblici quando non sono frequentati e scelgono deliberatamente di evitare certe strade o di andare in certe zone per paura di aggressioni e violenze. Per gli stessi motivi, una donna su sette esce di casa raramente e molte si procurano oggetti di difesa personale.

E’ possibile quindi separare la sicurezza nelle città dal sentimento di paura e dalla, ahimè, diffusa violenza contro le donne, sia essa fisica, sessuale o psicologica, nel privato quanto in pubblico?

Qual è il ruolo della pianificazione urbanistica nel prevenire le violenze e il senso di pericolo nelle strade? Le donne nei luoghi pubblici hanno paura, hanno più paura rispetto agli uomini, e molte scelgono di limitare i propri spostamenti in modi diversi. C’è chi fa di tutto per non camminare da sola specialmente di notte, chi non incrocia lo sguardo degli uomini in pubblico, chi attraversa sull’altro lato della strada se si sente minacciata, chi cambia itinerario o mezzo di trasporto. C’è addirittura chi cambia o lascia il lavoro. Interessandosi del modo in cui le donne vivono le città in cui abitano, il fotografo francese Guy di Méo, specializzato in geografia sociale e culturale, parla di «mura invisibili» che delimitano i confini spaziali entro i quali le donne si sentono rinchiuse e che impediscono loro accesso alle zone pericolose, o percepite come tali.

 

L’utilizzo e la percezione dello spazio urbano e le preoccupazioni relative alla sicurezza dei suoi abitanti, soprattutto di quelli più a rischio (donne in contesti d’immigrazione, lavoratori precari e donne più anziane) sono fortemente radicati nelle norme patriarcali culturalmente dominanti e nelle dinamiche sociali. Questo si riflette inevitabilmente nella progettazione delle nostre città, così come nelle dinamiche relazionali, nella violenza degli uomini contro le donne, e infine nella paura di questa violenza, tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata.

Il genere, il colore della pelle, l’orientamento sessuale e le disabilità hanno un impatto sulla mobilità urbana di uomini e donne, così come hanno un impatto le scelte spaziali delle attività quotidiane. Nonostante ciò, le conseguenze sono profondamente diverse per le persone che le subiscono.

 

Lo sviluppo della pianificazione architettonica delle città è intrinsecamente maschile, in linea con la concezione eternormativa dello spazio urbano distribuito in base ai ruoli sociali di genere. Solo recentemente si è iniziato in parte a mettere in discussione i pregiudizi androcentrici e classisti. Campagne e iniziative popolari, così come politiche pubbliche, per esempio, si stanno interessando al problema della sicurezza nelle città guardandoli con le lenti del genere. Sono in aumento le misure d’intervento come audizioni sulla mappatura e il miglioramento dell’illuminazione, apertura, visibilità e accessibilità ai servizi pubblici. Queste misure stanno migliorando la sicurezza degli spazi pubblici e la mobilità in molte città. Purtroppo, questi occhi sulla strada e la tecnologia che li rende possibili sono stati a volte usati in modo improprio a scopo repressivo, più che per rendere le città più sicure.

La pianificazione spaziale può davvero contribuire a prevenire la violenza e il senso di insicurezza nelle città, o si tratta solo di misure che curano i sintomi e non le cause delle differenze di potere nella società e della violenza contro le donne? Di certo, le città saranno luoghi di emancipazione solo quando uomini e donne le abiteranno appieno, costruendo una mobilità urbana sostenibile, e insieme contrastando le violenza contro le donne.

 

 

 

[1] Avevo quasi 21 anni, studiavo Giurisprudenza e Scienze Politiche alla Universitè de Paris X Nanterre, ed mi apprestavo a tornare a casa per le vacanze. Il mio volo era di mattina presto, quindi avrei dovuto prendere il primo RER A dalla stazione dell’Università di Nanterre per arrivare in aeroporto. Era ancora buio alle sei meno un quarto, quando mi sono avviata verso il binario. Ero sola e il binario era deserto. La biglietteria al piano superiore era altrettanto deserta, non c’era nessun impiegato. Non c’era nessuno sulle scale mobili, né a salire né a scendere.

Mi sono seduta ad aspettare su una panchina, la valigia accanto a me. Non c’era alcun rumore, tranne per qualche sporadico suono dalla strada e il canto dei grilli nel parco vicino.

Ero inquieta ma il treno era in arrivo, quindi restavo in attesa, gli occhi che scrutavano lo spazio intorno. All’improvviso, due uomini comparvero dal nulla, emergendo dal buio dei binari, li attraversarono rapidamente e si sedettero accanto a me sulla panchina, uno per lato. Uno di loro era un uomo bianco brizzolato di mezza età, l’altro un uomo di colore di una ventina d’anni. Sembravano ubriachi o sotto l’effetto di droghe, non saprei dire di preciso. Iniziarono a parlarmi. Dissi loro che non parlavo francese, pensando che mi avrebbero lasciato in pace. Ma l’uomo brizzolato iniziò a sussurrare, sfiorandomi l’orecchio con le labbra. Mi alzai e mi allontanai dalla panchina con la valigia, continuando a ripetere «Desolée, mais je ne comprends pas le francais». Avevo paura di mettermi a correre perché erano in due e avevo la valigia con me, non c’era nessuno nella stazione e non avevo incontrato nessuno in strada lungo il tragitto dal campus alla stazione. Ero paralizzata e non sapevo cosa fare. Continuavano a chiedermi il colore dello smalto che indossavo sulla dita dei piedi, delle mie calze. Dato che non risposi il giovane iniziò a ridere, dicendo che avevo paura. Il più vecchio continuava a chiedermi perché avessi paura, a dirmi che non dovevo averne, e provò di nuovo a prendermi per la spalla. Mi allontanai di nuovo, sperando che il treno arrivasse presto, e che ci fossero altre persone a bordo, e che qualcuno scendesse sul binario. Ero spaventata mentre l’uomo continuava a parlare meccanicamente. Il giovane si alzò e si diresse verso i binari. Ero sollevata di vederlo andar via. Dopo poco, un uomo si avvicinò e chiesi aiuto, chiedendogli di restare affianco a me perché l’uomo brizzolato mi aveva aggredita ed ero spaventata. Lui accettò e disse qualcosa all’uomo brizzolato che continuava a parlare. Il treno arrivò. C’erano altre persone nella carrozza. Mi sedetti vicino all’uomo al quale avevo chiesto aiuto. Anche l’uomo brizzolato salì sul treno ma non ne ero più spaventata. Sedette, continuando a chiedermi perché avessi paura di lui, e poi si addormentò.

(Io, Parigi 2009).