La libertà dell’indipendenza: intervista a Maria Carmela e Angelica Sciacca

 

By Iole Fontana

 

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“In questa libreria non si ordina né si vende il libro di Salvatore Riina”. E’ questo il messaggio deciso che traspare dalle vetrine colorate della libreria Vicolo Stretto, una piccola libreria indipendente nella ridente e centralissima Via Santa Filomena a Catania. Dopo l’intervista di Bruno Vespa su Rai 1 a Salvatore Riina Jr., Maria Carmela e Angelica Sciacca non hanno tardato a far sentire la propria voce e a prendere una posizione chiara e risoluta contro la vendita del libro scritto dal figlio del boss Totò Riina. Il loro messaggio ha avuto subito un grande eco ed è stato accolto e condiviso da molti. Ma la libreria di queste due giovani sorelle non è semplicemente un bookshop che ha sposato la retorica anti-mafia. E’ soprattutto l’impresa di due giovani donne che “sono state educate e abituate da sempre a dire quello che pensano”.

F Come ha incontrato Maria Carmela e Angelica che hanno illustrato la loro coraggiosa iniziativa e hanno raccontato il loro lavoro da donne e imprenditrici nel contesto siciliano.

 

La vostra libreria è stata la prima a promuovere l’attivismo contro il libro di Riina Jr. Potreste spiegarci le circostanze che si nascondono dietro questa iniziativa?

Quella sera, mentre il programma di Vespa era in onda, mia sorella Angelica mi ha chiamato per dirmi di sintonizzarmi in streaming su Rai1. Ci trovammo subito d’accordo a mettere un cartello l’indomani mattina in libreria per dire che non avremmo ordinato o venduto il libro del figlio di Riina. Abbiamo appeso il cartello fuori e da una semplice foto postata sul nostro profilo Facebook è partito tutto. Per noi è stata una cosa molto semplice e naturale. Ogni volta che siamo in disaccordo con qualcosa è nostra abitudine mettere un cartello fuori dalla libreria. Fa parte della nostra attività di comunicazione nei confronti dell’esterno.

 

Nello specifico quali sono state le motivazioni che vi hanno spinto a mettere il cartello fuori dalla libreria?

Prima di tutto, per una questione di senso civico cittadino che va oltre qualunque schieramento politico o qualunque ideale religioso. E’ soprattutto una questione di rispetto nei confronti delle vittime di mafia e di quei giovani che magari la storia non la conoscono neanche e si ritrovano in tv il figlio di Riina che racconta quanto fosse buono e amorevole il padre. Lo Stato dovrebbe assumere una posizione chiara su tematiche così delicate e impedire che una cosa del genere vada in una televisione pubblica. Oltretutto, Riina Jr. ha dato la delibera solo dopo aver rivisto la propria intervista e non prima di rilasciarla. L’intervista infatti è stata girata una settimana prima della reale messa in onda. Quello che dunque viene naturale ipotizzare è che lui abbia voluto rivederla per valutare se avesse “sbagliato” a dire qualcosa.

In secondo luogo, è bene ricordare che Riina Jr. è stato inquisito per associazione a delinquere di stampo mafioso, con una condanna ad 8 anni e 10 mesi  di carcere a cui è seguita la libertà vigilata. Ora, in generale, ogni volta che qualcuno acquista un libro, l’8% di quell’acquisto va all’autore. Quindi è giusto che tutti quelli che hanno intenzione di comprare il libro di Riina Jr. sappiano che il loro 8% arriverà nelle tasche di questa persona.

Infine, la nostra scelta è stata motivata anche dal fatto che siamo una piccola libreria totalmente indipendente e in quanto tale non dipendiamo da nessuno se non da noi stesse. La libertà dell’indipendenza ha spesso un costo a livello economico, ma concede anche il lusso –che poi lusso non dovrebbe essere- di dire quello che si pensa liberamente.  E i clienti sono liberi di venire a comprare da noi oppure no. E’ un’indipendenza reciproca. Dopo l’iniziativa ci hanno spesso definiti come una libreria contro la mafia. La nostra è sicuramente una libreria che appoggia e sposa l’idea anti-mafiosa, ma è semplicemente e soprattutto la libreria di due ragazze che sono state educate e abituate da sempre a dire quello che pensano.

 

Voi siete delle giovani donne e delle giovani imprenditrici. Cosa significa per voi essere donne ed imprenditrici allo stesso tempo, in un contesto come quello siciliano?

E’ difficile. Se sei donna e rientri nella categoria socialmente condivisa della madre, moglie o della fidanzata allora forse riesci a vivere serena. Ma nel momento in cui diventi ricercatrice universitaria, imprenditrice o altro è veramente difficile farsi ascoltare. E soprattutto c’è troppo spesso l’idea inaccettabile che per arrivare dove sei hai fatto qualche favore, anche di tipo sessuale. Per non parlare di quando si è imprenditrici e mamme allo stesso tempo. In quel caso, spesso gli stessi compagni spingono affinchè si lasci il lavoro per dedicarsi completamente alla famiglia. Il lavoro femminile purtroppo è ancora troppo spesso socialmente inteso come quello di casa e non si riesce ad uscire da questi schemi.

Per esempio, nel mondo dell’editoria, il settore editors e degli uffici stampa è molto femminile, ma il settore della distribuzione e di chi fa commercio è fatto prevalentemente da uomini che generalmente -tranne qualcuno super efficiente- prima fanno tutti gli appuntamenti con gli altri clienti e poi solo alla fine vengono da noi, senza preavviso. Inoltre, abbiamo notato più e più volte anche un atteggiamento del tipo “si va bene lavori, ma in fondo è solo un lavoro ludico…alla fine sei in una libreria!”. La nostra libreria è un’azienda a tutti gli effetti, con le sue entrate e uscite, con la sua contabilità, con un’attività di comunicazione che va curata costantemente. Tutto questo è lavoro che svolgiamo solo noi due perché –ahimè- economicamente non possiamo delegare a nessun altro, ed è qualcosa che occupa molto tempo.

Da questo punto di vista essere donne in Italia può essere veramente difficile. Dopo aver vissuto due anni nei paesi Baschi dove la condizione femminile è molto diversa, al mio rientro in Italia non ho potuto fare a meno di notare il divario tra i due paesi, in un’Italia dove abbiamo ancora le quote rosa..

 

E in Sicilia secondo voi è ancora peggio?

Non lo so perché non ho fatto impresa su al Nord e non ho un termine di paragone diretto. Però non ho dubbi nel pensare che qui sia ancora più complicato.

 

La vostra libreria ha compiuto 5 anni di attività a luglio. Il fatto di essere una donna ha mai inciso positivamente o negativamente sullo sviluppo della vostra attività? E se sì, come?

Tutto quello che ruota intorno a questa libreria è femminile. Il buon 80% della clientela che entra qui dentro sono tutte donne. Quindi forse sì, il fatto di essere due sorelle e due giovani donne ha condizionato positivamente la nostra attività, nella misura in cui ha attirato una clientela specifica, selettiva, orgogliosa del posto dove va ad acquistare. I nostri clienti medi sono donne che sanno che qui non troveranno sempre lo sconto, ma troveranno sicuramente una selezione accurata fatta da noi due in maniera ragionata. Sono clienti che vengono qui e scelgono di comprare da noi con cognizione di causa. L’essere donna non ha influenzato molto negativamente la nostra attività. Anche se devo dire che la clientela maschile è ridotta e forse a volte un po’ diffidente.

 

Quali sono i fattori che socializzano e spingono i ragazzi giovani verso il crimine organizzato?

I soldi facili e soprattutto il modo in cui ti vedono gli altri, inteso come il timore che riesci ad incutere in un’altra persona. La mafia non è solamente Totò Riina o Santapaola. La mafia è quando ti metti a livello superiore di un'altra persona con l’idea di essere più forte e con l’idea di avere un potere sugli altri. Oggi è molto sottile il confine tra legalità e illegalità. Bauman aveva predetto tempo fa l’idea della società liquida, di una società senza forma che può essere tutto e niente. Questa metafora vale oggi più che mai nel momento in cui ci chiediamo: dov’è l’assenza della mafia oggi?

 

La mafia e il crimine organizzato hanno tendenzialmente una cultura sessista che si focalizza sul ruolo dell’uomo come leader e capofamiglia. Quanto contano le donne nel crimine organizzato?

Tanto. Quando arrestano qualcuno di grosso alle donne viene sempre dato un indennizzo di natura economica oppure viene fatto in modo di trovare un lavoro ai loro figli. Quindi anche se in maniera indiretta le donne hanno un ruolo. Se per gli uomini la ricerca del potere è uno dei fattori che spingono ad avvicinarsi al mondo del crimine organizzato, per le donne invece il discorso è diverso. Nel mondo del crimine organizzato le donne sono sempre “donne di [enfasi aggiunta]”. Sono donne di qualcuno, donne che accettano determinate condizioni perché non vanno o non possono andare a lavorare, o perché spesso sono cresciute con l’idea che essere donna equivale ad avere tanti bambini. E’ un processo di socializzazione diverso, ma speculare rispetto al meccanismo che agisce sui giovani uomini.

 

Quanto conta l’attivismo della società civile e quello delle donne nella lotta contro la mafia o nelle questioni di genere?

Tantissimo. La società civile conta e deve avere una voce, dalla lotta alla mafia a quella contro la violenza di genere. Le donne in particolare hanno un ruolo molto importante in entrambi i casi, anche se agire è estremamente complicato.

Nel caso della lotta alla mafia, c’è tutto un sistema mondo attorno alle donne, soprattutto nei quartieri. E’ un discorso di mentalità e di educazione che ruota intorno all’idea della subalternità della donna. Uscire dall’illegalità, soprattutto per una donna, non è facile perché nella maggior parte dei casi questo implica non solo un rischio per le proprie vite ma anche il dover rinunciare per sempre ai propri figli. Inoltre, tirar fuori i propri figli da quel mondo è estremamente complicato, soprattutto se si è da sole.

Nel caso della violenza di genere invece il cliché più importante è quello del “cosa hai fatto per farlo scattare”: l’idea che la violenza subita da una donna sia stata in qualche modo cercata o provocata. E’ un’idea che non solo sminuisce le donne vittime di violenza, ma fa sorgere in loro un forte senso di colpa ingiustificato.

Le donne hanno diritto e devono parlare. Le scuole, la cultura, l’educazione hanno una grande responsabilità in tal senso.

 

Attraverso la cultura e la lettura è possibile favorire l’uguaglianza di genere?

Si. Mi vengono subito in mente i due libri di Elisabeth Brami “La dichiarazione dei diritti delle femmine” e “La dichiarazione dei diritti dei maschi” sostenuti da Amnesty International e rivolti ai bambini dai 3 anni in su. Sono libri che illustrano i diritti dei bambini e delle bambine al di là dei cliché tradizionali e facendo vedere che i bambini maschi hanno il diritto di piangere esattamente come le bambine hanno il diritto di mettere i pantaloni o di desiderare di diventare presidenti della repubblica.

 

In molte librerie del Regno Unito e degli USA sono stati sviluppati dei reparti/scaffali dedicati alle donne, al femminismo e alle questioni di genere. Secondo voi sarebbe opportuno adottare lo stesso approccio in Italia? E se sì, potrebbe avere importanza sviluppare degli scaffali dedicati per esempio solo al crimine organizzato?

Si anche se ancora questo approccio non è molto sviluppato. L’idea prevalente è che se fai degli scaffali specifici ti auto attribuisci delle etichette che categorizzano la tua libreria. Io sono d’accordo con l’idea di creare degli scaffali per esempio sulla criminalità organizzata. Mi va bene perché mi creo un’identità commerciale e nello stesso tempo fornisco un servizio alla gente. Però in realtà, la mia clientela è una clientela specifica che conosce già bene la mia posizione. Per essere efficace, tutto questo andrebbe fatto nelle librerie standardizzate aperte al grande pubblico dove si può veramente mandare un messaggio anche ai cittadini meno informati.

 

 

Nella foto: Maria Carmela e Angelica Sciacca nella loro libreria Vicolo Stretto