La ragione di vivere e fiocchi rosa

 

By Sahizer Samuk

 

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Qual è la nostra ragione di vita, e ci è permesso di esistere in modi diversi?

Nuove tendenze si fanno strada nella cultura turca. Diventare una moglie perfetta, o una figlia o nuora perfetta, oggi richiede una tavola imbandita in modo stravagante, immortalata sui social network per mariti ed ospiti. Intere batterie di pentole e padelle rosa, fette di pane avvolte nel pizzo: sono nuove tendenze che indicano estrema cura del dettaglio, ma che alla fine risultano incredibilmente kitsch. Vedere per credere.

La mia teoria in proposito è la seguente.

 

La filosofia

Cerchiamo di capire queste tendenze da una prospettiva filosofica. Aristotele dice «non sei chi dici di essere, sei quello che fai». Partendo da questo principio, la filosofia s’impegna a spiegare come le azioni determinino l’identità. Si potrebbe affermare che una scrittrice o uno scrittore diventino tali non solo perché un giorno iniziano a scrivere. Judith Butler ritiene che è la pratica quotidiana a determinare l’identità di una persona. Burns [1] cita Butler dicendo che «il genere e la sessualità sono il contesto primario performante, e la ripetizione di modelli che rinforzano l’identità li fa apparire 'naturali'.» [2]. La ripetizione diventa parte del divenire.

Divenire cosa? Un individuo (una brava moglie, una brava figlia, una brava donna) che si presta a rafforzare le dinamiche di potere esistenti. Non è forse possibile che questi impiattamenti piacciano effettivamente a chi li fa? Non è forse possibile per una donna amare il colore rosa e i merletti, e tanto basta? Ma se la persona in questione fosse una casalinga, alla quale non è dato accedere a nulla di diverso dalla vita domestica? Che tipo di esistenza condurrebbe?

 

Un giorno un’amica mi ha detto «Mi piace cucinare, ma non percepisco la mia esistenza e il mio essere attraverso la cucina». Ha poi intrapreso la carriera accademica negli Stati Uniti, la mia amica, è una delle mie fonti d’ispirazione. Questa è stata una delle frasi più memorabili che abbia mai sentito, e ho subito connesso il concetto con il femminismo. La mia amica è una brava cuoca di certo. L’ho vista all'opera e so che ama cucinare. Ma quando si parla di esistenza, la sua passa attraverso la scrittura, il parlare in pubblico, la politica, l’impegno civile, le sue riflessioni e i suoi articoli.

 

La nostra ambizione è di trascorrere quanto più tempo possibile a fare ciò che amiamo, a distinguerci dalla folla, in modo da non dover chiedere permesso a nessuno per amare noi stesse, il nostro corpo e la nostra identità di donne. E questo può richiedere che facciamo pace con le nostre madri, che al contrario magari avevano valori più tradizionali e che non potevano sfuggire alla morsa di quei valori. Non voglio con questo affermare che questa riconciliazione sia l’unico modo di trovare una pace interiore, e nemmeno che sia obbligatorio trovare pace in tutte le cose della vita, anzi, credo che questo sia davvero impossibile. Ma credo che, come donne, non dovremmo preoccuparci di rendere gli altri felici al punto da sprecare tempo con inutili merletti e padelle rosa.

 

Sulla felicità

Sara Ahmed [2] parla della felicità, e afferma che «la casalinga felice è una figura immaginaria che cancella i segni del lavoro sovrapponendovi i segni della felicità. Pretendere che le casalinghe siano sempre felici e che questa felicità sia alla base del loro lavoro serve a giustificare forme abusive di lavoro come espressione di un desiderio collettivo, non come prodotto della natura, delle leggi, o degli obblighi.» Ahmed porta l’esempio dell’Emile di Rousseau, dove Rousseau ipotizza che donne e uomini dovrebbero essere educati separatamente perché i loro ruoli sono diversi.

Cito, «una buona moglie è felice quando rende i suoi genitori e la sua famiglia felici». Può solo aspirare alla felicità tramite altre persone, non da sola, in poche parole. E’ questo che intendo quando penso alla follia delle donne impegnate con gli impiattamenti e i merletti, che sprecano tempo a preparare per gli altri mentre sminuiscono la propria esistenza con merletti e forchette colorate.

 

In statistica e psicologia

L’istituto di statistica turco [4] sostiene che il tasso di occupazione è pari al 71,3% per gli uomini e al 30,3% per le donne. Il 9,2% delle donne turca è analfabeta, contro l’1,8% degli uomini. Oltre a queste esigenze, e mentre lo spazio riservato alle donne nell'educazione e nel lavoro resta limitato, preoccuparsi di merletti e laccetti è finanche patologico, e dimostra quanto ci sia in gioco in termini di uguaglianza di genere. Le donne dovrebbero potersi guadagnare la felicità attraverso le proprie risorse e i propri sforzi, non tramite quello che la società ritiene socialmente accettabile.

Arriverei a dire che gli impiattamenti di cui abbiamo parlato sono dimostrazione di solitudine e disperazione, e nulla hanno a che vedere con la felicità. Forse sono persino un grido, da far sentire alla società e alla famiglia, un grido di tristezza e abbandono, un tentativo estremo di mostrare che il lavoro, per loro, non c’è.

 

 

 

Sahizer Samuk ha conseguito un dottorato in Istituzioni, Politica e Politiche Pubbliche presso lstituto di Studi Avanzati IMT di Lucca. Nella sua tesi ha esaminato problematiche di immigrazione e integrazone, comparando il caso britannico e quello canadese. Ha collaborato con il blog letterario turco http://begenmeyenokumasin.com e si dedica con passione alla lettura di Sevgi Soysal, Simone de Beauvoir e Nancy Fraser, e ad interpretazioni femministe di film e romanzi.

 

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Bibliografia

[1] Burns, J. (2013). Migrant Imaginaries: Figures in Italian Migration Literature. Peter Lang 

[2] Butler, J. (1990). Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, London: Routledge 

[3] Ahmed, S. (2010) Killing Joy: Feminism and the History of Happiness Signs, 35 (3) pp. 571-594. The University of Chicago Press 

[4] http://www.tuik.gov.tr/PreHaberBultenleri.do?id=21519