La violenza di genere e l’intervento regionale: come cambia il ruolo dei Centri Antiviolenza?

 

By Elena Tognoni

 

 

Le volontarie dei Centri Antiviolenza (CA) in Italia (tra cui l’autrice di questo articolo) lo sanno molto bene: si è ben lontani dalle strutture autonome e autogestite nate negli anni ’70 sulla scia delle lotte femministe. Oggi, operare in un CA, come volontaria o operatrice professionale, significa lavorare in una “giungla” di questioni burocratiche e amministrative, e anche gestire i rapporti con le istituzioni sui territori, che - diciamolo apertamente - spesso non sono esattamente pronte e recettive sul tema della violenza di genere e in modo particolare della violenza domestica.

 

 

Cosa fa lo Stato, e cosa le Regioni, contro la violenza di genere?

Nonostante la Convenzione di Istanbul (2011) sia molto chiara nel chiedere ai Pesi firmatari la disposizione di un disegno normativo organico, che si traduca in politiche onnicomprensive e integrate sull’intero territorio nazionale per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, di fatto in Italia questo disegno ancora manca.

Il grande interlocutore istituzionale dei CA è oggi costutuito dalle Regioni, che “hanno sostanzialmente svolto un ruolo di supplenza dello Stato, il quale, diversamente da altri stati europei, non ha promulgato una legge organica, di sistema, sulla questione della violenza alle donne basata sul genere” (come magistralmente spiegato dalla prima analisi sul tema realizzata in Italia da WeWorld, Diritti contro la violenza).

Questa indagine costituisce una prima ricognizione comparativa delle leggi regionali sul tema, e riconferma - se mai ancora ve ne fosse bisogno - l’urgenza di una strategia nazionale di contrasto alla violenza di genere. Se da un lato, infatti, è giusto riconoscere i meriti delle Regioni, dall’altro, senza una chiara indicazione nazionale e strutturale, molte delle leggi regionali non fanno altro che alimentare una visione emergenziale del problema “femminicidio” (il “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” del 25 agosto 2015, per esempio, rientra esattamente in quest’ottica di azione “straordinaria”: venne emanato in seguito a un susseguirsi allarmante di casi di femminicidio).

 

 

Le modalità di intervento

Tra le diverse forme di intervento regionale previste in tema di violenza di genere, risultano gli interventi di tutela e sostegno delle vittime, l’integrazione dei servizi territoriali in vere e proprie reti anti-violenza e ovviamente le misure di sostegno economico con cui finanziare i Centri e le reti. Ci sono, tuttavia, altri due aspetti fondamentali, che investono direttamente non solo la dinamica di lavoro dei CA ma anche il loro carico di lavoro. Si tratta di:

- Documentazione e studio del fenomeno: la maggior parte delle Regioni istituisce Osservatori ad hoc sulla violenza di genere o potenzia gli osservatori delle politiche sociali con sezioni specifiche, in modo da creare un flusso continuativo e strutturato di dati e conoscenze sul fenomeno.

- Monitoraggio e valutazione dell’applicazione della legge. Ogni Regione si impegna a produrre una relazione (annuale o biennale) che contenga accertamenti e valutazioni riguardo lo stato di applicazione della legge, in particolare delle misure di accoglienza e tutela delle donne.

 

Chi scrive vive (e opera presso un Centro Antiviolenza) nella regione Lombardia, tra le ultime a essersi dotata di una legge regionale (nel 2012) e di un piano quadriennale di prevenzione e contrasto della violenza sulle donne (i dati su tutto il territorio italiano sono consultabili nell’ indagine di WeWorld).

Il sistema Lombardo O.R.A, Osservatorio Regionale Antiviolenza, attivato in via sperimentale nell’ottobre 2014, prevede la compilazione di un “fascicolo donna” per ogni donna che viene presa in carico dal Centro Antiviolenza.

Le informazioni e i dati inseriti nel sistema informativo sono anonimizzati e accessibili solo alle operatrici dei centri antiviolenza e case rifugio.

I dati e le informazioni capillari raccolte consentono a ogni Regione:

- una conoscenza specifica del bisogno sul territorio

- una valutazione economica degli interventi

- l’appropriatezza dei servizi erogati

- la programmazione.

 

 

Le difficoltà dei Centri Antiviolenza

Pur riconoscendo l’importanza dei dati statistici non solo sul fenomeno della violenza di genere, ma anche sulle politiche adottate dai territori e sul loro funzionamento, i CA, non solo in Lombardia ma in tutta Italia, si trovano a far fronte a una metodologia di lavoro mutuata dai servizi sociosanitari (non proprio la stessa origine storica e culturale dei CA). Gestiscono, inoltre, un carico di lavoro amministrativo (e obbligatorio) senza aver prima potuto potenziare le strutture e le risorse di cui dispongono. I CA sono quindi alla costante ricerca di fondi, e soltanto poche Regioni in Italia prevedono un Fondo apposito per le misure di contrasto alla violenza di genere.

In sintesi, le Regioni si sono senza’altro sforzate di intervenire su un fenomeno strutturale come quello della violenza contro le donne. Resta essenziale, però, e anche particolarmente urgente, riconoscere formalmente, valorizzare e supportare le competenze dei CA già presenti sui territori, che da almeno 20 o 30 anni si occupano di accogliere le donne, ascoltarle, sostenerle nel difficile percorso di uscita dalla violenza. Da molto prima insomma che le Regioni decidessero di dare il proprio supporto istituzionale.

 

 

 

Elena, femminista italiana di 29 anni, sta completando un master in Storia, con un focus specifico su HERstory, storia delle donne e dei diritti umani. Nel contempo si occupa di Marketing, e da circa dieci anni si dedica all'attivismo femminista, come volontaria in un centro antiviolenza, promuovendo progetti sui media e gli stereotipi di genere nelle scuole e collaborando con varie associazioni femministe.

 

 

 

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