‘L’elefante nella stanza’: la necessità di un ripensamento al femminile anche del canone letterario

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By Clara Stella

 

 

Nel 2012 vengono pubblicati gli atti di un convegno che è ancora oggi unico nel suo genere. Il titolo parla da sé: Verso una storia di genere della letteratura italiana: percorsi critici e gender studies, a cura di Virginia Cox e Chiara Ferrari. Nella prefazione del volume, le due studiose mettono in luce come, nel mondo anglofono, la sfaccettata e polimorfica categoria dei gender studies si sia da tempo distaccata dallidentificazione, ancora tutta italiana, con i womens studies. Abbracciando una visione più complessa della categoria bi-strutturale di genere, l’insieme degli LGBT studies ha ormai statuto ufficiale di categoria critica e analitica.

 

In Italia, le cose sono ben diverse. Nell’ambito specifico degli studi letterari, continuano innanzitutto a mancare un dialogo e un approccio critico all’evoluzione storica degli studi di genere e un’apertura aggiornata ai recenti approdi critici e metodologici. Ancora più sconcertante, è il fatto che la conoscenza della parola d’autrice nella storia letteraria italiana sia ancora relegata a percorsi necessariamente ‘separati’ dalla materia istituzionale. I women’s studies hanno avuto il merito storico di problematizzare la marginalizzazione secolare delle autrici nella letteratura canonica. Eppure, soprattutto nelle università italiane, si ha oggi l’impressione che questa vistosa lacuna sia destinata a rimanere confinata nella specificità del proprio genere senza alcuna possibilità di uscita. In concreto, uno studente universitario che voglia interrogarsi sullesperienza femminile nel corso della storia letteraria dovrà necessariamente perseguire corsi e moduli separati e opzionali per colmare il proprio desiderio. La mancata integrazione delle autrici nella storia letteraria, poi, si riflette con effetto domino anche nelle antologie scolastiche delle scuole secondarie. Se e quando menzionate, le scrittrici sono inserite solitamente a-fine-capitolo, incorniciate entro laconiche sezioni come eccezioni alla regola. Una recente indagine di Valeria Palumbo pubblicata sul Corriere della Sera, si apre proprio sottolineando che: ‘se già son poche nei manuali di storia, in quelli di letteratura per i licei, le donne quasi scompaiono’.

 

Un’ ‘eccezionalità’ che vanta, tuttavia, ben 54 nomi nel volume antologico redatto da Virginia Cox nel 2012, ovvero in quel Lyric Poetry by Women of the Italian Renaissance, formato da un’appendice di più di duecento testi di mano d’autrice. L’antologia poggia, a sua volta, su un lavoro d’archivio senza precedenti e pubblicato nel 2008 dalla stessa studiosa con il titolo onnicomprensivo Women’s Writing in Italy, 1400-1650. Il libro è il primo studio completo sulle autrici italiane dall’Umanesimo agli albori del Barocco, con circa trecento pagine piene zeppe di scrittrici. Certamente, non è un caso che l’attenzione nei confronti delle autrici sia stata molto spesso sbilanciata verso il XVI secolo, un periodo in cui, secondo gli storici della letteratura, per la prima volta le scrittrici sono emerse entro una categoria definita.  Ne è una prova visiva il ricco indice di 53 nomi e 300 testi che coronano le Rime diverse dalcune nobilissime et virtuosissime donne, la prima antologia interamente femminile stampata a Lucca nel 1559 e redatta dal poligrafo piacentino Lodovico Domenichi. Se nel 1559 si assisteva ad un’operazione editoriale di questa portata, la prima in Europa, a fine Cinquecento i tempi erano diventati maturi anche per le prime rivendicazioni ‘femministe’ sul tema, confezionate a guisa di dialoghi-trattati come gli scritti polemici delle dame veneziane Moderata Fonte e Lucrezia Marinella. D’altra parte, dal 1996, la serie di The Other Voice in Early Modern Europe, stampata dalla Chicago Press, ha visto la pubblicazione di più di venti opere di scrittrici italiane dal Quattro al Settecento. L’interesse dei curatori, questa volta, non si è soffermato tanto sulla lirica quanto su opere d’autrici di più stretto carattere scientifico e filosofico. Scorrendo i titoli ci si rende conto del ricco materiale ancora sommerso e non affatto integrato nella nostra nozione di canone. Un canone letterario che ha, per intenderci, ancora tutte le fattezze di un profilo bianco, maschile e alto-borghese, poco incline a ripensamenti e ancora reazionario nel suo insieme.

 

Un’altra fonte di allarme si rivela nella scarsa partecipazione maschile a conferenze e iniziative sul tema della scrittura d’autrice. In questi casi, non è raro che pubblico e partecipanti siano a fortissima maggioranza femminile. Il programma di una recente conferenza sul tema ‘donne e canone’, ad esempio, presentava il nome di un solo uomo tra una lista di più di trenta speakers. Se il punto è discutere e problematizzare il valore o l’anacronismo del concetto di ‘canone’ letterario, non dovrebbe essere questo un invito al mondo letterario a ripensarsi nella sua interezza? Per quanto se ne dica, c’è ancora molta strada da percorrere affinché si riesca a parlare di un’integrazione riuscita, che non debba avvalersi delle ‘quote rosa letterarie’ ma di un ripensamento metodologico che parta dall’interno. Secondo un processo per molti versi similmente applicato, l’individuazione di una qualità estetica percepita come a-canonica ha certamente relegato ai margini del parnaso letterario autrici del XVI secolo come pure molti nomi moderni del calibro di Paola Drigo, Anna Zuccari e Rina Faccio, le ultime due meglio conosciute ancora oggi con gli pseudonimi di Neera e Sibilla Aleramo. In Una giovinezza del XIX secolo (1919), la stessa Zuccheri offriva al lettore un’intensa sintesi delle ragioni che avevano guidato la nascita della propria scrittura, utilizzando metaforicamente l’immagine del ‘palombaro’ contrapposta a quella più propriamente maschile del ‘viaggiatore’. Con le parole che seguono, la Zuccheri descriveva efficacemente i termini e le caratteristiche di quella non formazione letteraria toccatale in sorte in base al proprio genere nella Milano di fine secolo:

 

‘Sento ancora il freddo invincibile delle mie giornate d’inverno trascorse nel grigiore del malinconico salottino a cucire, a cucire, a cucire, con ginocchi ravvolti in uno scialle, sulle mani due paia di guanti; […] Io non so che sarebbe avvenuto di me se la mia intelligenza si fosse sviluppata in circostanze di serra calda, di coltivazione intensa, di luminosa fioritura, di omogeneità infine e di felicità. Non lo so. […] Obbligata invece a cercare in me stessa quella ragione di vivere […], obbligata a reggermi da sola, ad alimentarmi da me, feci come uno che esiliato su un palmo di terra, non potendo espandersi in ampiezza, scava in profondità. […] Somigliavo per molti versi al palombaro che, lasciandosi dietro lo splendore del sole e il tumulto della vita, scende silenzioso con una maschera sul volto verso ignorati abissi’

 

Secondo l’autrice, proprio quel gomitolo di lana e quelle ore passate davanti alla finestra sono state le chiavi di volta che hanno aperto le porte alla scrittura. Con i modi di un ‘palombaro’ alla ricerca del fondo dell’abisso, il percorso descritto decide di stravolgere una posizione sentita come marginale in un punto di forza. Lo straniamento dal mondo esterno diventa cioè l’occasione di intraprendere un viaggio ‘in verticale’ anziché in orizzontale. Un’autoformazione e, di necessità, anche una diversità stilistica che hanno tuttavia finito per ripagare l’autrice con più di trent’anni di ghettizzazione forzata tra i minori (dei minori) del Novecento.

 

Se il ripensamento del canone è un dovere letterario, Patrizia Zambon, docente di Letteratura di italiana e di genere all’ateneo di Padova, ne ha fatto anche una questione di diritto. La studiosa si esprime nei termini di una vera e propria negata rappresentazione della parola maturata ‘all’interno dell’esperienza femminile del mondo ’. Nel sito da lei dedicato alla raccolta esaustiva e aggiornata di dati bibliografici disponibili sulle autrici tra Otto e Novecento, la premessa rivolta al lettore tocca a fondo la tematica illustrata:

 

‘La curatrice di questo sito, come tante e tanti peraltro, ha compiuto infatti a suo tempo un percorso di formazione interamente sostenuto solo sulle opere degli scrittori e si chiede ancora oggi – in fondo parecchio stupita – perché mai sia stata privata di un diritto tanto importante, qual è quello della cultura e della conoscenza. Avrebbe voluto potersi confrontare anche – anzi, dato il suo genere, prima di tutto – con la parola letteraria maturata dentro l’esperienza femminile del mondo’.

 

Un percorso di revisione che ha portato, ad esempio, Virginia Cox a dedicare la già citata monografia alle autrici del nostro Rinascimento, Diana Robin ad enfatizzare l’importanza della collaborazione tra scrittrici e poligrafi nell’imprenditoria a stampa del XVI secolo, e la citata Zambon ad immergersi in un lavoro di riscoperta e rivalutazione critica della parola d’autrice nel XX secolo. Se molto lavoro è stato fatto, la strada resta ancora in salita. Se molto testi sono stati rivalutati, tanti altri ne restano ancora da sbrogliare. Solamente quando l’etichetta di Letteratura di genere smetterà di avere senso, e verrà integrata in quella di letteratura, senza più distinzioni del caso, si arriverà al punto di voltare pagina. Il ripensamento metodologico della nozione di canone dovrà essere percepito nella sua importanza sia da letterati che da letterate equamente, senza troppe esitazioni e sbilanciamenti. Il circolo vizioso delle ‘donne-che-parlano-fra-donne-della-rivalutazione-di-altre-donne’ ha ormai fatto il suo tempo.

 

 

 

Clara Stella, vegetariana e giovane femminista, sta completando il proprio dottorato in letteratura italiana rinascimentale presso l'allegra e verdeggiante Leeds. Il suo progetto si focalizza sulla scrittura d'autrice nel XVI secolo non esimendosi, tuttavia, da momenti di pausa nei simpatici pascoli dello Yorkshire. Leggi altro di Clara