‘Lupi travestiti da agnelli’: codici di abbigliamento discriminatori sintomo di una più ampia crisi sul posto di lavoro.

 

By Ellen Davis-Walker

 

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I social networks e la stampa online hanno a lungo commentato la storia di Nicola Thorp, una receptionist che è stata rispedita a casa durante il primo giorno di un lavoro temporaneo presso la sede londinese della PwC, per essersi rifiutata di indossare i tacchi alti durante il proprio turno. La successiva decisione della Thorp di lanciare una petizione online per richiedere al governo di modificare la normativa sul codice di abbigliamento è stata accolta da reazioni diverse e alquanto contradditorie. Mentre una evidentemente imbarazzata PwC ha risposto prontamente alle richieste della Thorp e ha operato “dei cambiamenti con effetto immediato alla politica interna sul codice di abbigliamento dei dipendenti"[1], i critici, come la scrittrice e giornalista Grace Dent, hanno rapidamente connotato il gesto come un esempio di tutto quello che c’è di sbagliato nel “femminismo millenario”. In un recente articolo per l’Indipendent, Dent ha espresso un certo disprezzo per quello che ha considerato essere “una sorellanza stupida e isterica, ossessionata dalle petizioni”.

 

Quello che è iniziato come il tentativo di una donna di cambiare un codice di abbigliamento ingiusto e intrinsecamente discriminatorio sembra essersi trasformato in un mezzo per valutare le credenziali stesse del femminismo contemporaneo. Mentre i vari commenti alimentano slogan come quello -fin troppo noto- di “femi-nazi”, dobbiamo comunque essere consapevoli di come la storia della Thorp si inserisce nel complesso mosaico delle donne sul posto di lavoro. Se tacchi, vestiti e make-up sono stati temporaneamente portati alla ribalta, è importante ricordare che sono solo un velo sottile che maschera una minaccia ben più profonda.

 

Se Dent, e con lei la maggior parte di quelli che hanno criticato la Thorp, hanno espresso in maniera inequivocabile il loro disprezzo, non sono stati altrettanto in grado di percepire (o hanno fatto finta di non vedere?) quella che è la più ampia portata del problema. Mentre ai sensi della normativa vigente in Regno Unito, i datori di lavoro possono adottare una politica che definisca degli standard ragionevoli di abbigliamento per la propria compagnia, il termine “standard ragionevole” è aperto all'interpretazione di ogni singolo datore di lavoro. Sebbene ogni codice di abbigliamento dovrebbe non essere discriminatorio (e applicarsi tanto agli uomini quanto alle donne nello stesso modo), gli standard possono essere, e di fatto spesso lo sono, molto diversi. Il significato di “diverso”, e la consapevolezza che la politica avrà degli impliciti effetti ineguali su certe categorie, dovrebbe essere il punto fondamentale da cui partire per qualunque dibattito su abbigliamento e occupazione femminile più in generale.
Per le donne c’è molto ancora che rimane “diverso” sul posto di lavoro. Le donne che lavorano a tempo pieno nel Regno Unito sono pagate in media il 17% in meno in un’ora rispetto ai colleghi uomini. Solo nel 2015, 30.000[2] donne [3] sono state licenziateper essere incinta”. Il 96% degli amministratori esecutivi delle migliori cento aziende del Regno Unito sono uomini, e solo il 15% dei seggi parlamentari in tutto il mondo è detenuto da donne. Se le donne hanno deciso di tollerare a lungo codici di abbigliamento intrinsecamente discriminatori, è forse perché siamo fin troppo consapevoli della nostra collocazione precaria nell’ambiente di lavoro e della cultura selvaggia che pervade il mondo del lavoro nel Regno Unito e con esso i codici di abbigliamento.

 

Come l’esperienza della Thorp ha giustamente messo in evidenza, se le donne sono soggette ad un insieme diseguale di codici estetici e comportamentali, allora la nostra esperienza di vita lavorativa seguirà un percorso simile. Saremo costrette a lasciare (come ha fatto la Thorp) o rivedere le nostre aspettative. Secondo Rake, Kherine e Lewis, il 54% delle donne che lavorano part-time risultano “impiegate al di sotto del loro potenziale”, pari a circa 2,8 milioni di donne in tutto il Regno Unito. Inoltre, il 54% delle donne impiegate a tempo pieno ha identificato negli stereotipi negativi il principale ostacolo per progredire sul posto di lavoro [4].

 

Se l'esperienza della Thorp ci insegna qualcosa è che l'attuale situazione che affrontano le donne non è sostenibile. Per essere uguali non si può continuare ad essere viste ed etichettate (legalmente o meno) come differenti. Noi siamo diverse perché siamo percepite come una responsabilità ogni volta che restiamo incinte, siamo diverse perché indossare i tacchi e trucco apparentemente distingue una donna professionale da una non-professionale. Siamo diverse perché accettiamo un taglio dello stipendio del 17% e la conseguente discriminazione da parte dei datori di lavoro. Fino a quando le donne rimarranno "diverse", la questione dei codici di abbigliamento e una miriade di altre forme di discriminazione sottile saranno una parte intrinseca delle nostre culture di lavoro.

 

Mentre Dent e gli altri critici potrebbero condannare la risposta della Thorp come l’ennesimo esempio di femminismo isterico, non possiamo permetterci di respingere quelle forme di resistenza che rappresentano un passo in avanti nel lungo percorso per vincere definitivamente sulla "differenza" istituzionalizzata. Finché questo non avverrà, donne e uomini si aggireranno nel mondo del lavoro come “lupi travestiti da agnelli”, come persone, cioè, che con i loro apparentemente innocenti codici di vestiario continuano inconsapevolmente a propinare standard ridicoli e ad alimentare pericolose forme di discriminazione.

 

 

 

[1] Source Guardian, Gennaio 2016

[2] Statistiche fornite dalla Fawcett Society

[3] BBC News,

[4] Rake, Katherine e Lewis, Rowena (2009) Just Below the Surface: gender stereotyping, the silent barrier to equality in the modern workplace

 

 

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