Maternità ed uguaglianza in Europa: facciamo il punto.

 

By Ellie Walden

 

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Per finanziare la passione per la patisserie che avevo sviluppato mentre studiavo a Parigi alcuni anni fa, mi trovai un lavoretto part-time come nounou (baby-sitter) di due ragazzine che vivevano in un popoloso sobborgo de la Capitale. Tre volte alla settimana, dopo quelle lunghe ed estenuanti lezioni di francese, prendevo la metro, e andavo a prendere la più grande delle due per passare assieme a lei un’oretta al parco prima di sera. La gente del parco era sempre la stessa: folle schiamazzanti di bimbi delle elementari correvano tra gruppi di donne afro-caraibiche dai vestiti sgargianti mentre queste ridevano e parlavano ad alta voce in un mix di francese e creolo. Ogni tanto una delle donne interrompeva la conversazione per correre dietro ai Jean-Paul o Charlotte di turno, e di pelle bianca, dei quali era responsabile quel giorno. Persa in questo gruppo di donne, si trovava solitamente la studentessa straniera di turno che sedeva sola, come me, con gli occhi incollati al suo smartphone. Quello che, però, non vedevo mai in quel parco erano persone vagamente somiglianti alle madri dei bambini e questo è ciò che mi ha fatto riflettere sulle diverse concezioni di maternità che esistono in Europa.

 

La Francia, ad esempio, ha uno dei tassi più alti di madri che ritornano sul mercato del lavoro, che rappresentano il 48% della forza lavoro, una percentuale che è seconda solo alla Scandinavia (anche se le scuole elementari francesi chiudono mediamente tra le 15:00 e le 16:30 ed alle 11:30 il mercoledì). In aggiunta, lo stato francese garantisce assistenza economica (in termini di riduzioni fiscali) alle coppie che assumono una tata per più di 5 ore la settimana. Tutto ciò ha favorito la nascita di una forte cultura delle tate, come per altro già esisteva in altre grandi città come Londra o New York.

 

A Parigi, come in molte altre città europee, le coppie sfruttano l’opportunità di impiegare stranieri, ancor meglio se anglofoni, per badare ai loro bambini. Nella mia esperienza, l’uso abitaule di assumere una babysitter è diventato una sorta di competizione sociale. Trovare una tata anglofona è la nuova ambizione di ogni famiglia benestante e numerose agenzie e compagnie specializzate offrono assistenza in questa ricerca. La tua babysitter anglofona possiede una buona, e magari costosa, istruzione e dunque può far sì che tuo figlio possa eccellere al test di matematica? Sali di livello. La tua babysitter anglofona sa insegnare a tuo figlio a suonare il pianoforte oppure sa fare un cigno di origami? Sali di livello. E così via. Un’amica che vive al momento a Parigi mi ha raccontato di come la famiglia per cui lavora come babysitter si sia fatta coinvolgere in questa competizione. Ciò spiega perché le sia stato chiesto di cucinare aragosta per cena agli ospiti…

 

Ad ogni modo, la cultura della tata è ben lungi dall’essere la normalità in Europa. Ad esempio, prendiamo la vicina di casa della Francia: la Germania. Lì, al contrario, i parchi giochi dei bambini sono affollati di mamme. Storicamente, l’ideale di una madre forte va ricondotto all’ideologia nazista. Da allora, questo stesso modello è stata rinforzato dalla riluttanza post-bellica di lasciare il controllo sull’educazione e la cura dei bambini ad uno stato centralizzato. In più, una infrastruttura per la cura infantile ancora poco sviluppata ha giocato il suo ruolo almeno fino a poco tempo fa. Con ciò, se paragonate alle mamme francesi, si spiega dunque perché quelle tedesche si assumano una fetta molto più consistente delle responsabilità legate alla cura dei bambini. Solo il 14 percento, infatti, torna al lavoro a tempo pieno dopo aver avuto il primo figlio e soltanto il 6 percento dopo il secondo. Questi fenomeni continuano anche sul lungo periodo: basti pensare che, in media, una madre della Germania dell’Ovest lavora solamente 25 ore la settimana per i 10 anni successivi alla nascita del suo ultimo figlio.

 

Spostiamo ora l’attenzione sulla Svezia e sulla sua rinomata politica progressista in materia familiare, proprio laggiù, al nord, da dove spesso tutti noi ‘meridionali’ veniamo guardati dall’alto in basso. In Svezia, come in Germania, il fatto che i genitori passino molto tempo assieme ai propri figli è una forte convenzione sociale. A livello pratico, il generoso anno e mezzo di congedo parentale – retribuito e corrisposto dallo stato per ciascuno dei figli – aiutano non poco. Come in Francia, l’idea delle “mamme lavoratrici” è molto forte, e supportata dalla presenza di asili nido sovvenzionati e di alta qualità. Questo contribuisce ad un’idea che si trova molto radicata nella nella società svedese, ovvero quella per cui si ritiene essenziale che i bambini debbano essere accuditi o da professionisti pagati dallo stato, o dai genitori stessi. Di conseguenza, il dibattito pubblico svedese si sofferma spesso sulla possibilità di un estensione del concetto di asilo nido, di modo da includere anche servizi per i genitori che coprono turni di lavoro notturni, un’idea nota con il termine inglese “natties”: asili nido notturni. Questo spiega perché la ‘cultura della tata’ in Svezia esista a mala pena, e il fatto di fare affidamento su di una babysitter privata nelle ore di chiusura degli asili non sia visto di buon occhio. Come raccontatomi da un’amica svedese, nonostante sia tecnicamente possibile per le mamme affidare il proprio figlio a una baby-sitter dopo l’asilo (previa sovvenzione statale, come in Francia), si tratta di una pratica malvista, associata alla cultura vecchio stampo delle classi sociali più elevate.

 

Facendo, quindi, un passo indietro, è chiaro che la concezione della maternità e del suo ruolo nella società assuma forme e declinazioni differenti nella nostra non-poi-così-unita Unione Europea.

In paesi come la Francia e il regno Unito, una radicata cultura del baby-sitting facilita l’immagine socialmente accettata della madre lavoratrice (immagine che appartiene alle classi sociali più elevate, ma a cui le classi più umili spesso aspirano). Qui, la figura modello della madre è quella di una donna che fino alle 6 del pomeriggio rimane seduta alla scrivania aumentando le vendite della sua azienda, lascia i suoi figli a casa e parla fluentemente la lingua straniera della tata che ha assunto. A differenza della Francia, tuttavia, in realtà come la Germania e la Svezia, una donna che ricorre a questa soluzione viene spesso severamente criticata. Ne è testimone, ad esempio, la popolarità del sostantivo semi-dispregiativo “latchkey kids” che, in ambo i paesi, descrive un bambino di ritorno da scuola, munito di chiavi per entrare in una casa vuota, o che vive di una scarsa presenza genitoriale.

 

Ciò detto, come districarsi in una seria analisi della concezione della maternità vista attraverso una lente femminista? Se ci poniamo il problema dell’emancipazione femminile, ciascuno dei modelli discussi finora presenta senz’altro lati positivi e negativi, che dipendono in vasta misura dall’angolazione femminista a cui decidiamo di aderire. Una femminista “essenzialista”, infatti, sarà più portata a vedere gli “obblighi” derivanti dalla maternità come parte gloriosa della sua femminilità, e inviterà di conseguenza a riscoprire, e ricoprire, a pieno un ruolo sentito come parte fondamentale della sua realizzazione di donna. Al contrario, una femminista che abbia una concezione “androgina” della natura umana, probabilmente guarderà queste convenzioni sociali come arcaiche e sintomo di un passo indietro sulla strada dell’uguaglianza. La discussione, insomma, rimane ancora apertissima.

 

 

 

Ellie Walden si è laureata di recente presso il University College di Londra (UCL) con una tesi (a dir poco attuale) in Politiche Europee. Dalla sua laurea vive a Bruxelles dove coordina un progetto sul sessismo nella pubblicità presso la European Communication Network (Rete Europea delle Comunicazioni). I suoi interessi comprendono la politica femminista di sinistra, la cucina vegetariana ed una ossessione per cani e cuccioli.

 

 

 

 

Fonti:

http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/files/documents/140502_gender_equality_workforce_ssr2_en.pdf - p16

http://www.marieclaire.fr/,working-mums-ces-meres-qui-travaillent-a-tout-prix,698509.asp

http://www.oecd.org/employment/emp/17652667.pdf

http://www.nytimes.com/2011/08/24/world/europe/24iht-letter24.html

 

 

 

(Photo source, http://://julieblair.com/forgiveness-and-the-working-mother/)