Oltre ‘lui’ e ‘lei’: pronomi, lingue gendered e identità trans

 

By Emrys Travis

 

English version here

 

 

Il treno sfreccia attraverso la Francia settentrionale, il mio sedile rivolto in senso opposto alla direzione di marcia, e io scrivo lasciandomi alle spalle la mia routine 9-17 (diciamo 9-18.30, i francesi adorano le loro lunghe pause pranzo), per andare a trascorrere due settimane in Bretagna con la mia famiglia.

In genere sedere nel senso opposto a quello di marcia mi dà la nausea, ma stavolta non sembra crearmi problemi.

Ho vissuto a Parigi per circa sei settimane, condividendo un appartamento nel Diciottesimo Arrondissement, viaggiando in metro ogni giorno verso il mio piacevole ma malpagatissimo stage, e dedicandomi quanto più possibile al turismo nei weekend.

Ho vissuto a Parigi per circa sei settimane, e una parte di me é stata invisibile per tutta la durata del soggiorno.

 

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Fare coming out, uscire allo scoperto come non-binary -né uomo né donna- e spiegare che mi definisco con il pronome ‘loro’ (they/them), non é mai semplice, neppure in inglese, la mia lingua madre. In una lingua come il francese, dove ogni aggettivo ha una declinazione di genere e nessun pronome neutro di uso comune esiste neppure al plurale, faccio già fatica a mettere in fila le parole nel silenzio della mia testa, figuriamoci ad alta voce.

Ogni persona trans di mia conoscenza si é sentita chiedere cosa si *provi* a essere trans. Come lo si *sappia*. Sono domande a cui é facile rispondere in modo essenzialista – mi sento o meno a mio agio indossando certi vestiti, percependo certe parti del mio corpo, sentendomi chiamare in certi modi. Per tanti di noi, le varianti di queste risposte rappresentano una parte importante della nostra esperienza, nonostante il nostro desiderio di evitare ulteriori universalizzazioni dell’ essenzialismo in questione. Per una folta maggioranza, peró, le risposte sono difficilmente concrete o prefissate.

Il mio francese non e’ granché, ma riuscendo a litigare al telefono per mezz’ora con il servizio clienti, non ho troppe difficoltà a tradurre parole come elle (lei) o les filles (le ragazze). Mi accorgo di quando mi si identifica con un genere sbagliato (quel che in inglese chiamiamo misgendering), ma allo stesso modo in cui noterei delle mosche nel mio ufficio. Un po’ irritanti ma parte del contesto, non vorrei fossero lí, ma non mi infastidiscono abbastanza da spingermi a liberarmene.

Passare, invece, una serata con alcuni colleghi di lavoro, comunicando principalmente in inglese, mi ha fatto sentire il bersaglio di uno sciame di vespe inferocite, una per ogni she/lei utilizzato nei miei confronti.

Pungevano.

 

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Chi si identifica come trans viene spesso accusato -perlopiù da gente che non si é mai fermata per più di cinque minuti a parlare con uno di noi- di contribuire a reificare il concetto di genere. Di costruire un nuovo tipo di essenzialismo, non basato sulla fisicità, ma su ‘cosa si sia davvero’, su una immutabile, intima verità di genere.

Immagino che a muoverci queste accuse siano soprattutto coloro ai quali l’idea di dialogare in modo costruttivo con noi, con il concetto stesso di transgender, con la natura fluida delle distinzioni di genere, pare maledettamente terrificante. É una tipica tattica politica: nascondere la propria ristrettezza di orizzonti collocandosi in una posizione di superiorità rispetto a un altro da se, reale o immaginato.

Naturalmente, chi si identifica come transgender non é un monolite. Per la maggior parte, peró, tende a veder chiaro attraverso le bugie meglio di altri. Il nostro identificarci come transgender non passa per una ‘sensazione’ che  tentiamo di trasformare in verità oggettiva. Si basa, invece, sul nostro reagire a una netta distinzione tra maschile e femminile che ci viene violentemente imposta. Come andare per il mondo, quindi, con meno sofferenza, meno disagio?

Personalmente, la strada che ho scelto é quella dell’androginia, della neutralizzazione del genere, del rifiuto, per quanto possibile, di sottostare a distinzioni binarie. E allora perché la parola she nella mia lingua nativa mi fa sentire come se nel buio mi mancasse un gradino sotto i piedi, mentre a stento noto chi mi si riferisce in francese come elle? Un centinaio di possibili ipotesi mi si sono affacciate alla mente. Molte, ovviamente, sono da ricondursi al classico “sono tutto un imbroglio” –una bugia che di tanto in tanto tiene sveglia di notte ogni persona trans, perché essere trans significa andare contro categorizzazioni cui siamo stati indottrinati dalla nascita, ed é estremamente difficile.

A volte anche a me pare di procedere all’inverso. La rappresentazione delle persone transgender sui media ci mostra di solito un’unica storia: un ‘prima’ e un ‘dopo’. Non ci viene mai mostrato uno stadio intermedio, in cui ci si identifica in un modo ma si viene riconosciuti in un altro, uno stadio in cui le parole per definirci non sono ancora state inventate. Non ci viene mai mostrata la realtà.

 

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Come non c’é risposta al perché sia sbagliato chiamarmi ‘lei’, she, a parte il modo in cui mi fa sentire, cosí non ho una spiegazione del perché elle faccia meno male. La mia relazione con le problematiche di genere, come quella di chiunque, é complessa. Forse gli strati aggiuntivi di una seconda lingua mi allontanano, mi proteggono almeno in parte dal trauma di una coercitiva identificazione di genere. Forse il concetto di genere dipende in massima parte dal linguaggio, dalla nostra esperienza del suo cambiare quando usiamo parole diverse per riferirci allo stesso concetto.

“É una questione complicata” é una conclusione vaga, ma é l’unica che ho. Le concettualizzazioni, le narrative più diffuse sull’ identitá e l’esperienza transgender sono in fondo compatibili con la distinzione binaria di genere, ci risparmiano un’eccessiva dissonanza cognitiva. Ma essere transgender, per la maggior parte di noi, non é come viaggiare su un treno ad alta velocità da una destinazione all’altra. É più che altro come prendere la metropolitana parigina: farsi largo tra ritardi, scioperi, stazioni chiuse, scovare il percorso che richiede meno cambi di linea, e soprattutto cercare di capire, a fronte di tutto questo, quale fermata é la più vicina a dove vogliamo realmente andare.

 

 

Post Scriptum: curiosi di saperne di più su identitá trans, pronomi e lingue gendered? Em trascorrerá presto un periodo di studio in Italia, condividendo le sue riflessioni su F Come. Stay tuned!

 

 

 

(Photo source, http://lutinbazar.fr/category/cp/)