Ostacolo dopo ostacolo, perché lo sport ha ancora bisogno del femminismo

 

By  Giulia Nicolini

 

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Ai Giochi Olimpici del 2012 hanno preso parte 4.847 donne: un numero record per le Olimpiadi. Per la prima volta nella storia, alle donne è stato permesso di competere nella boxe, e tutte le nazioni presenti a Londra sono state rappresentate da almeno un'atleta donna. A pochi giorni dalla fine dei Giochi di Rio de Janeiro, è il momento perfetto per esaminare la relazione ancora problematica tra genere e sport.

 

Nel corso dell'ultimo secolo, le donne hanno lentamente ottenuto di unirsi ai ranghi degli atleti maschi, specularmente agli avanzamenti resi possibili dalle attiviste femministe nella società in generale. Nonostante cio, molti ostacoli all'eguaglianza e alle pari opportunità restano ancora da superare. Tanto per cominciare, in molti sport olimpici, le donne non possono nuotare le stesse distanze, sollevare gli stessi pesi, o saltare le stesse altezze dei propri colleghi uomini. L'abbigliamento sportivo per donne spesso sessualizza il corpo delle atlete. Le donne che partecipano ai giochi sono soggette a uno scrutinio meticoloso del proprio corpo, e si trovano spesso nel mezzo: troppo muscolose perché siano considerate femminili o troppo poco perché siano considerate atletiche.

 

Lo sport femminile è sotto–finanziato e sottovalutato. Le prodezze atletiche delle donne vengono sminuite da un'attitudine arcaica che ancora assimila le qualità naturali percepite di uomini e donne a dei tipici stereotipi di genere. Nella ginnastica, per esempio, gli uomini competono in eventi che mettono in risalto la forza fisica, mentre gli eventi femminili evidenziano grazia e flessibilità – si pensa che queste differenze rinforzino stereotipi di genere riguardanti le differenze "naturali" tra uomini e donne. Non c'è neanche bisogno di dirlo, le sole ginnaste donne eseguono esercizi a ritmo di musica.

 

Il mondo dello sport d'élite può sembrare molto lontano dalle esperienze di sessismo che le donne normali vivono ogni giorno, eppure riflettono dei problemi ben radicati che affliggono l’intera società.

 

Si consideri per esempio la differenza di retribuzione. Nel Regno Unito, il capitano della squadra femminile inglese di calcio guadagna approssimativamente lo 0,5 % di quello che viene pagato il suo equivalente maschile. Alcuni affermano si tratti di un paragone ingiusto: il calcio maschile esiste da 150 anni, mentre quello femminile è considerato semi-professionale nel Regno Unito solo dal 2011. Ma in altri sport, le giustificazioni sono molteplici: dal fatto che le donne non generino le stesse entrate in termini di sponsor e vendite di biglietti, fino a quella (quantomeno bizzarra) che gli eventi sportivi femminili non siano altrettanto popolari – o persino non abbastanza coinvolgenti. Serena Williams ha smentito quest'ultimo punto quando nel 2015, i biglietti per gli US Open di tennis femminili sono andati esauriti prima di quelli maschili. Per quanto riguarda il numero di spettatori televisivi, è impossibile fare un paragone per la maggior parte degli sport, vista la quantità irrisoria di tempo dedicato alla messa in onda di eventi sportivi femminili, tra i quali il tennis resta una rara eccezione.

 

Considerata l'ampia copertura mediatica di cui gode lo sport, e il suo universale appeal, il modo in cui le questioni riguardanti le differenze retributive, i pregiudizi di genere e il sessismo vengono risolte, è d'importanza notevole per il femminismo. Quante bambine crescono con la convinzione che il calcio o la pallanuoto siano professioni unicamente maschili, perché è così raro che vedano calciatrici professioniste sui cartelloni pubblicitari, sugli schermi televisivi o sulle copertine delle riviste? L'importanza dei modelli non può essere sminuita; la morte di Mohammed Ali, qualche mese fa, ha generato un'ondata di tributi da parte di tutti coloro per i quali era stato fonte di ispirazione.

 

E nonostante vi siano oggi un numero crescente di atlete note al grande pubblico, come Serena e Venus Williams, Maria Sharapova e Jessica Ennis, per dirne alcune, l'attenzione che ricevono è relativamente limitata e ristretta a un numero limitato di sport o eventi internazionali di alto profilo. Inoltre, quando le donne si trovano finalmente sotto le luci dei riflettori, spesso accade per commentare il loro aspetto fisico o per ricordare loro che una volta finito lo spettacolo possono "tornare a essere madri, compagne e figlie", come ha commentato con una sorprendente mancanza di tatto la England Football Association nel 2015.

 

Le attitudini implicite e i pregiudizi radicati negli sport professionali (si pensi ai commenti di Djokovich e Moore sul tennis femminile all'inizio di quest'anno)  discendono fino al mondo degli sport amatoriali. Per esempio, la questione delle quote nelle squadre miste: proprio come nelle assemblee pubbliche o nei gruppi di teatro comico, le quote di genere sono un'arma a doppio taglio. Da giocatrice amatoriale di pallavolo ho preso parte a tornei misti nei quali, da parte degli uomini, una quota minima di due donne per squadra significava automaticamente un massimo di due donne per squadra. Per ogni donna che la squadra non riesce a inserire nel proprio organico, l'altra squadra riceve due punti bonus a inizio set.

 

Per molti, tutto si riduce a una questione di abilità innata: gli uomini colpiscono la palla più forte e saltano più in alto, quindi hanno un vantaggio naturale. Ma queste opinioni sono testardamente avanzate ancor prima che i partecipanti tocchino la palla, prima che le donne abbiano avuto la possibilità di provare che anche loro hanno dei vantaggi – che siano la forza, la tecnica, l'agilità o l'esperienza. In aggiunta a questo, l'attitudine e le supposizioni sulle abilità diventano radicate, e portano le donne a internalizzare la propria presunta inferiorità, fino a scoraggiarle a partecipare.

 

Nel 2014 la marca inglese di prodotti sanitari Always ha lanciato la campagna "Like a Girl".  Lo spot televisivo mostrava ragazzi e ragazze adolescenti a cui veniva chiesto di correre e lanciare "da femmina" – ed ecco i classici movimenti con capelli sciolti dietro le spalle e braccia e gambe per aria. Quando alle ragazzine di dieci anni veniva posta la stessa domanda, le si vedeva compiere le azioni con impegno, senza i tratti tipicamente riconducibili agli stereotipi di genere.

 

Non possiamo sapere se gli attori stessero seguendo le istruzioni del regista, ma la pubblicità manda in ogni caso un messaggio potente: quand'è che il fare qualcosa "da femmina" ha acquisito una connotazione negativa? Perché insegniamo a ragazzi e ragazze allo stesso modo a considerare la femminilità come una debolezza e un insulto? La campagna è supportata da numerosi studi internazionali che hanno rilevato che la partecipazione delle ragazze cala rapidamente durante gli anni della scuola superiore, in concomitanza con la pubertà. È indicativo che ciò accada, visto il ruolo che lo sport gioca nel mantenimento della nostra salute fisica e mentale e per le potenzialità di crescita e di affermazione di sé che l'esperienza sportiva dona a chi ne prenda parte.

 

L'idea di praticare uno sport "come una femmina" può essere percepito come uno scherzo, ma quando le donne arrivano a gareggiare al livello degli uomini, la questione perde ogni tratto divertente. Le atlete Caster Semeneya e Dutee Chand sono state oggetto della degradante pratica del "test di verifica del sesso"  da parte dell'Associazione delle Federazioni di Atletica leggera e del Comitato Olimpico Internazionale. Per atlete nate con livelli di testosterone sopra la media, o individui inter-sex, l'accezione binaria del genere sembra un ostacolo insormontabile. Le due istituzioni sono solo degli esempi tra i numerosi enti medici, sociali, etc, che hanno imposto l'idea di un genere binario – secondo cui le persone debbano essere divise in due gruppi distinti e opposti, uomini e donne.

 

Nei casi più recenti di test di genere, che si basa sull'esame dei cromosomi, l'idea che esistano solo due sessi distinti e opposti è stata sostenuta con particolare vigore. E nonostante il Comitato Olimpico abbi di recente cercato di allinearsi al dibattito in evoluzione riguardante questa questione, per le femministe che vedono il binarismo di genere come pericoloso, il mondo dello sport di élite dovrebbe essere un target importante.

 

Lo sport è inevitabilmente legato a doppio filo a questioni che riguardano il fisico e il corpo. Ma la biologia è tutto ciò che conta? Anne Fausto-Sterling, una voce preminente nel campo della biologia e degli studi di genere, ha scritto estensivamente della storia degli individui inter-sex, esprimendosi contro l’assunto che esistano due soli sessi naturali, distinti e opposti. Uno dei punti principali indica che il personale medico ha il compito di attribuire il sesso: quando il sesso di un bambino non può essere determinato alla nascita, e un'operazione di riassegnazione di genere viene praticata, i chirurghi prendono una decisione sulla base delle proprie nozioni culturali, e non biologiche.

 

Fausto-Sterling va ancora oltre quando discute il tema "donne e atletica" nella sua opera Myths of Gender (1992) Dopo aver escluso l'esistenza di differenze tra le abilità verbali e matematiche di uomini e donne, prende atto del fatto che "in media gli uomini sono un po' più alti e più forti delle donne" (214). Ma non dà per scontato che queste siano differenze "fisiologiche, naturali e inerenti"; al contrario, mette in luce la "liberazione" solo relativamente recente (storicamente parlando) delle donne – solo negli ultimi secoli alle donne è stato permesso prendere parte alle attività sportive e di allenare i propri corpi per rinforzare i muscoli così da poter praticare esercizi più faticosi (214). Fausto-Sterling indica la riduzione delle differenze relative dei tempi nella corsa di donne e uomini come prova di quanto detto sopra.

 

I nostri corpi si sarebbero evoluti differentemente, se i ruoli sociali e sessuali fossero andati in un'altra direzione? Fino a che punto i nostri corpi sono modellati dalla nostra cultura – una cultura nella quale gli uomini hanno una marcia in più nello sport? E' quello che Fausto-Sterling sembra sostenere a tal proposito:

There are hormonal bases for some of the physical differences between adult men and women. Yet even these interact with culture and socialization to produce the final product. No matter how our ideas about male and female physique evolve in the coming years, one thing remains certain: our cultural conceptions will change the way our bodies grow, and how our bodies grow will change the way our culture views them. (220)

L'idea che la nostra biologia, il modo in cui siamo nati, come ci identifichiamo come individui, come gli altri identificano noi e il nostro ruolo nella società rimane uno dei concetti più discussi e contestati all'interno del pensiero femminista. Ma se accettiamo che ci siano differenze tra uomini e donne, gli ostacoli verso il raggiungimento di una maggiore eguaglianza nello sport sono comunque insiti nella nostra cultura. Fin quando continueremo a vivere in un ambiente culturale che sminuisce il contribuito delle donne, le vede come naturalmente incapaci, e le tratta come cittadini di seconda classe, il sessismo continuerà a essere frequente, sui campi sportivi e non solo.

 

 

 

Giulia Nicolini ha studiato sociologia presso l’Universita di Cambridge. Da quando si e’ laureata ha avuto esperienze di lavoro presso Cambridge Sustainable Food, Chatham House e la Food Foundation. Giulia ha appena iniziato un master in antropologia del cibo presso SOAS, a Londra. Si occupa di tematiche legate a cibo, femminismo e ambiente, interessandosi anche di fotografia, filosofia delle scienze e cinema.

 

 

 

Risorse:

Battle of the sexes: charting how women in tennis achieved equal pay, The Guardian (11/9/2101)

Is sport sexist? Six sports where men & women are still set apart, Bbc, (18/9/2014)