Scene da un matrimonio: una critica femminista

 

By Sahizer Samuk

 

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Scene da un Matrimonio di Ingmar Bergman è uno di quei film che andrebbero riguardati di tanto in tanto, per capire davvero le dinamiche alla base dei ruoli familiari e degli stereotipi di genere.

 

Il film inizia con un’intervista a una coppia di bell’aspetto (https://www.youtube.com/watch?v=qxE1oA4scvc).

Il marito è il primo a parlare e si presenta come un ottimo medico e una persona creativa e sicura di se. La donna, dal canto suo, non sembra trovare granché da dire su se stessa, se non che la moglie di lui e madre dei suoi adorabili bambini. Da subito, si mostra timida, insicura e assolutamente consapevole che è l’uomo al suo fianco il centro della propria intera esistenza. Il fatto che i due si amino e rispettino viene comunicato al pubblico chiaramente e a più riprese. Allo stesso tempo, agli spettatori viene messo in chiaro che molti degli amici e conoscenti della coppia turbano la serenità della famiglia con comportamenti dettati da invidia e gelosia.

 

Marito e moglie non si fanno del male a vicenda ma, anzi, vivono in grande armonia. Eppure, questa pace non viene assicurata grazie a comportamenti reciproci di amore e rispetto, quanto piuttosto attraverso il fedele svolgimento di ruoli familiari, prestabiliti in base al genere. Ma, come nel domino quando un pezzo, cadendo, colpisce e fa crollare tutti gli altri, la famiglia protagonista si sgretola quando il marito trova una donna leggermente più giovane e, senza troppi rimorsi, decide di lasciare la propria accondiscendente moglie con i figli. La reazione immediata della donna è quella di sentirsi disperatamente sola e abbandonata, a tal punto da mordersi le dita pur di non strillare il proprio dolore. E’ costretta, dunque, a riscoprirsi e reinventarsi, risorgendo dalle proprie ceneri come una fenice, per vivere la propria vita senza di lui.

 

Quando, dopo qualche mese, l’uomo torna a casa per prendere le proprie cose, si rende conto di desiderare ancora l’amore della moglie. Nonostante siano chiaramente ancora innamorati l’uno dell’altra, il regista mostra agli spettatori l’instaurarsi di un circolo vizioso che potrebbe durare in eterno. La protagonista femminile è, ovviamente, ancora limitata dal proprio ruolo di donna, madre e moglie, connesso alle aspettative e necessità della sua famiglia. Al di fuori di tale ruolo, è come un pesce fuor d’acqua, incapace di definire la propria identità e di vivere liberamente al di fuori dell’ambiente familiare.

 

Nonostante ciò, e sebbene l’abbandono da parte del marito le fosse inizialmente sembrata una terribile disgrazia, l’essere rimasta da sola si dimostra invece una benedizione quando la donna inizia a confrontarsi con il suo vero essere e diventa progressivamente più forte. Come Liv Ullman dice nel video, c’è un momento in cui la protagonista esce dalla porta e cresce. In quel momento, subisce una grande trasformazione.

 

Quando il marito la vede nuovamente, ha trovato un nuovo fidanzato e ha esplorato i desideri sessuali che aveva represso sin dall’infanzia. Gli dice che ha tenuto un diario, nel quale ha finalmente potuto esprimere i sogni che aveva nascosto o dimenticato nella sua vita precedente. Il modo in cui è stata cresciuta, in quanto donna, le ha precluso la possibilità di pensare a sé stessa come una persona dotata di propri talenti. Tutti i suoi piani, desideri, aspirazioni e speranze hanno preso forma secondo le necessità di altre persone. Per tutta la vita, ha trovato il modo di attenersi alla struttura sociale e culturale e a quelle forze che l’hanno plasmata. E, ancora una volta, sarà accusata dal nuovo fidanzato di aver usato il proprio corpo e il desiderio sessuale come forma di controllo sul marito.
E’ una rappresentazione fedele di una modalità diffusa con la quale le donne puniscono se stesse, cercando di dimenticare quanto siano fragili in realtà. Si tratta del meccanismo che spinge chiunque abbia subito un trauma a “infantilizzarsi”. Per molte donne l’infanzia e l’adolescenza sono anni di repressione, durante i quali esse vengono forzate ad essere remissive nella società: sorridenti, sempre felici, accondiscendenti, abituate a non parlare troppo e a ritrarsi dagli uomini, programmate a reprimere tutte le proprie aspirazioni proibite…

 

Nel film, quando la protagonista viene biasimata anche dal proprio nuovo partner, si rende conto di non avere mai avuto la possibilità di esprimersi per quelle che è nella vita reale. Trova così la strada che la condurrà alla scoperta della propria essenza interiore e riesce a riscrivere la propria vita in modo poetico. E questo le permetterà, finalmente, di risplendere sempre di più, sia fisicamente che spiritualmente.

 

Nel frattempo, la situazione viene capovolta quando la donna decide di volere il divorzio. Nonostante il marito fosse il responsabile della loro separazione, è contrario alla sua iniziativa e finisce per diventare aggressivo dopo il rifiuto di lei. Dopo averla violentemente colpita, fanno l’amore per l’ultima volta. Dopo però lei chiede di essere finalmente lasciata in pace e va via.

 

Alla fine, il marito arriva ad accettare la propria debolezza e i propri limiti mentre l’amore che prova per l’ex moglie va, mano a mano, crescendo. I due si rendono conto di avere bisogno l’uno dell’altra, si ritrovano nell’oscurità, guariscono le ferite reciproche e sembrano pronti a preservare il proprio legame fisico ed emotivo per sempre. Decidono di divorziare. Entrambi avranno altri amori e discuteranno insieme ciò che hanno imparato. La relazione donna/uomo, che era circoscritta dagli obblighi morali imposti dalla società, ne risulta trasformata dopo che la donna si è liberata da quei ruoli disegnati da altri per lei. Questa volta la loro unione realizza davvero l’ideale a cui entrambi aspiravano: l’essere puramente fondata sull’amore reciproco, giungere a una perfetta comprensione reciproca, rispettarsi al di là dei confini disegnati dalle loro famiglie d’origine. In breve, liberarsi dai ruoli di genere che caratterizzano la socializzazione di uomini e donne. Ma questa condizione viene raggiunta solo quando la donna si è emancipata mentre l’uomo ha preso coscienza che gli è stato insegnato, da sempre, ad amare egoisticamente, incidentalmente rispetto ai suoi altri obblighi, mentre la sua compagna ha imparato sin da bambina a sacrificare tutto per amore.

 

E’ un film degli anni settanta che ha ancora tanto da insegnarci. Ogni volta che lo riguardo, colgo un significato differente in qualche piccolo gesto o scambio di battute, che aveva fino ad allora eluso la mia attenzione. Eppure, mi ci è voluto un po’ per cogliere a pieno la disperazione e la solitudine della protagonista quando suo marito la lascia e si rende conto che, attraverso gli occhi del regista, il processo di distruzione descritto è necessario per la propria rinascita. Per diventare più forti, mi sono resa conto, è necessario che ci spogliamo di tutti i ruoli che ci vengono assegnati dalla società in quanto donne e uomini. 

 

 

 

Sahizer Samuk ha conseguito un dottorato in Istituzioni, Politica e Politiche Pubbliche presso lstituto di Studi Avanzati IMT di Lucca. Nella sua tesi ha esaminato problematiche di immigrazione e integrazone, comparando il caso britannico e quello canadese. Ha collaborato con il blog letterario turco http://begenmeyenokumasin.com e si dedica con passione alla lettura di Sevgi Soysal, Simone de Beauvoir e Nancy Fraser, e ad interpretazioni femministe di film e romanzi.

 

 

 

 

 

(Photo and Video source, Scene da un matrimonio di  Ingmar Bergman)