Storie di mille e una tratta in quel di Righi (Reggio Calabria) e dintorni

 

By  Alessandra De Luca

 

 

C'era una volta un posto incantato chiamato Righi (Reggio Calabria), dove pochi seguivano i destini dei lavoratori del sesso. Qualcosa cambiò, però, il giorno in cui Righi iniziò ad ospitare persone dal diverso colore della pelle - persino più scuro di quello degli autoctoni. Scesi da grandi “galee” in seguito ad un lunghissimo viaggio per mare, i nuovi venuti apparivano stanchi, impauriti, assetati e affamati, qualcuno malato e qualcuno incapace di toccare terra con le proprie gambe. Fu così che la gente del posto si trovò a fare i conti con la famosa “emergenza migranti”. Il buon vecchio Ser Salvini ripeteva queste due parole ogni giorno nei propri comizi, seguite da una sfilza di numeri volanti. Il Duca Renzi prometteva grandi soluzioni per placare l’“emergenza”, mentre il Marchese Alfano stringeva alleanze con l’Ordine dei Cavalieri di Frontex (avente il compito di coordinare la cooperazione nell’impero in materia di gestione delle frontiere esterne), e il Sovrano Imperatore Unione Europea emanava decreti regi nei confronti dei territori limitrofi, arginando il problema anziché affrontarlo direttamente.

Ignoranza e pregiudizio, uniti al timore del nuovo, dilagavano. A Righi, complice l’“emergenza”, altre espressioni, come tratta e prostituzione forzata, divennero di uso quotidiano.

 

Una grande Organizzazione Internazionale (OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) si occupò del fenomeno e scrisse un importante Rapporto sulle vittime di tratta nell’ambito dei flussi migratori misti in arrivo via mare (che vi invito a leggere e da cui spunti vengono tratti), analizzando nello specifico il caso delle donne nigeriane vittime di tratta. In particolare, il rapporto analizzava il reclutamento, il viaggio verso l’Italia, gli indicatori della tratta e le attività svolte sul territorio per combattere il traffico.

Nel lontano 2014, come citato dal rapporto, il numero di migranti giunti sulle coste italiane fu pari a 170.000 sbarchi: il quadruplo se confrontato con i dati del 2013. Nel 2015, gli arrivi furono oltre 140.987. La composizione di tali flussi migratori era mista: persone che lasciavano i loro paesi in cerca di opportunità lavorative o di condizioni socio- economiche migliori, ma anche in fuga da conflitti, persecuzioni e gravi violazioni dei diritti umani. Nello specifico, appena un anno dopo, i migranti provenienti dalla Nigeria apparivano in grandissimo aumento, con un totale di 19.5762 persone sbarcate, di cui 901 minori non accompagnati. Dal 2014, si registrò un aumento inusuale delle migranti donne: 1.454 a fronte delle 433 giunte nel 2013. Tale tendenza fu confermata fino a raggiungere le 4.937 donne sbarcate nel 2015.

 

Secondo l’OIM, la maggior parte delle donne nigeriane era destinata allo sfruttamento sessuale, in genere sotto il controllo di fantomatici mariti, fidanzati, sorelle putative, o vere e proprie sfruttatrici - le cosiddette “madame”. Purtroppo accadeva sempre più spesso che le ragazze fossero “vendute” ai trafficanti direttamente dalle famiglie di origine, che vedevano in loro una possibilità di riscatto sociale ed economico o in alcuni casi di mera sopravvivenza. Le ragazze provenivano da aree sempre più povere della Nigeria, in particolare dai villaggi intorno a Benin City, ed erano spesso sottoposte a un rituale voodoo. Questa procedura era finalizzata a gettare le donne in una condizione di vero e proprio terrore, ma soprattutto ad obbligarle a ripagare, senza creare problemi, il debito che avevano contratto per arrivare in Europa (una somma di denaro compresa tra i 20 e i 50 mila euro, da restituirsi una volta giunte a destinazione). La via più battuta dai trafficanti copriva numerose tappe, Kano, Ziden, Agadez, Gatron, Sabah, Brach, Tripoli o Zuwarah, con una durata variabile dalle 2 settimane a un mese circa.

La permanenza in Libia rappresentava una delle parti più dolorose del viaggio, posto che le migranti venivano condotte e trattenute presso “connection house” o “ghetti”, e, in attesa della partenza per l’Europa, subivano violenze sessuali, torture, sequestri. Non a caso, venne registrato anche un forte aumento negli sbarchi di donne in stato di gravidanza. All'arrivo in Italia, le donne venivano iniziate, o nuovamente forzate (nel caso in cui il loro sfruttamento fosse iniziato in Libia), alla prostituzione o all’accattonaggio. Gli sfruttatori esercitavano su di loro un diretto controllo, a volte personalmente, spesso a distanza (attraverso il telefono). Durante lo sbarco, l’OIM tentava di fornire alle potenziali vittime di tratta il numero verde anti-tratta della Rete Nazionale - 800 290 290.

 

Un vasto gruppo di contadini liberi (altrimenti noto come società civile) decise, allora, di prodigarsi a sostegno dei migranti mettendo in moto un sistema di accoglienza ed inclusione. In particolare, a Righi si creò un’ampia sinergia di attori sociali a supporto dell’accoglienza, confluito nel progetto “L.E.I. – Lavoro Empowerment Inclusione”. L.E.I. mirava a far emergere situazioni di sfruttamento in ambito lavorativo, sessuale e di attività di accattonaggio, e a costruire una rete composta da soggetti istituzionali e territoriali con il compito di diffondere quelle conoscenze e competenze che potessero contribuire alla definizione di buone prassi e sensibilizzazione. I principali soggetti coinvolti erano l’Arcidiocesi di Reggio Calabria – Bova Comunità di Accoglienza ONLUS, il Coordinamento Diocesano, la Caritas Diocesana di Reggio Calabria-Bova e l’Help Center “la Casa di Lena” attiva presso la stazione centrale di Righi. Venne, inoltre, messa in piedi una Unità di Strada costituita dagli operatori dell’associazione Papa Giovanni XXIII, allo scopo di stabilire un primo contatto e fornire informazioni sulla tutela della salute, i diritti esistenti in capo alle vittime di sfruttamento sessuale e lavorativo e l’esistenza di servizi sul territorio. Le donne con cui l’Unita di Strada riuscì ad entrare in contatto furono 60, tra cui 57 minori, molte delle quali confermarono di aver subito violenze sessuali durante il viaggio. A supporto dell’Unità di Strada venne creato lo Sportello Anti-tratta presso il Centro Comunitario “Agape”, al fine di fornire prima accoglienza, orientamento e informazione a migranti, sia extracomunitari che comunitari, uomini, donne e minori, indicati come potenziali vittime di tratta ai fini di sfruttamento sessuale, lavorativo o per accattonaggio. Parallelamente, vennero intrapresi progetti di formazione, tirocini e corsi di accompagnamento al recupero dell’autonomia personale. Per esempio, tramite l’attività “Disegna te stesso”, molti dei partecipanti si impegnarono in un lavoro di riconoscimento delle proprie caratteristiche personali, punti di forza e vulnerabilità.

 

Perché mai i migranti lasciavano le proprie terre per confluire nel Belpaese, si chiederà forse qualche abitante del ducato? Non ho parole per cantarvi, o miei signori, le barbare gesta, le guerre, la fame e le indicibili persecuzioni da cui in tanti fuggivano, in molte e diverse regioni dell’impero. Sappiate, però, che le numerose norme emanate dal Sovrano Imperatore Unione Europea e attuate dal Belpaese a tutela degli stranieri in fuga - a causa di persecuzione (status di rifugiato) o danno grave (protezione sussidiaria), o in merito al rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale (art.18 Testo Unico sull’Immigrazione) – non sempre furono rispettate. Per ragioni meramente geostrategiche e a causa delle inefficienze del Sovrano Imperatore, al Belpaese, volente o nolente, non restò che assumersi grandi responsabilità nell’accoglienza dei migranti. Il Sovrano Imperatore, inoltre, sostenuto dai regni del nord aveva ordinato la costruzione di un Muro chiamato “Regolamento di Dublino”, che assegnava allo Stato membro di primo approdo di ogni richiedente asilo la competenza per l’esame della domanda di protezione internazionale. Il muro, perciò, esercitava una grande pressione sui feudi di confine, sempre meno in grado di offrire sostegno e protezione. Così, Righi e altri territori interessati dovettero combattere sia per un’onesta e trasparente gestione delle attività di accoglienza, che per placare le organizzazioni criminali nazionali e straniere, ansiose di speculare sul fenomeno.

 

Questa, miei lettori, è dunque la storia ancora in fieri delle mille e una tratta, piena di sgomento e di tristezza, ma anche dell’orgoglio dei contadini liberi e solidali e, soprattutto, della forza e dignità di chi combatte per sfuggire allo sfruttamento, sia a Righi che in tante altri feudi del Belpaese.