The black sheep: come essere una donna d’oggi con le madri di ieri?

 

By Antonella Catucci

 

 

Sin da piccola mi sono sempre sentita diversa. Non so spiegare concretamente quale sia la sensazione ma è così forte da pensare che sia prodotta e sospinta dalle viscere stesse. So però (e sentivo) che c’era e c’è ancora.

 

Le mamme femministe - e per “mamme femministe” intendo coloro le quali hanno combattuto in prima linea a partire dagli anni ’70 per rompere un ordine sociale atavico e patriarcale - mi hanno lasciato in eredità l’idea che la differenza sia un valore, che attraverso di essa è possibile decostruire e costruire simultaneamente un mondo più a misura di donna e che essa non dev’essere la nostra spada di Damocle ma motivo propulsore d’uguaglianza. Difficile da credere, però, che il binomio differenza- uguaglianza possa convolare felicemente a nozze: troppo diversi, troppo complessi da capire singolarmente, figuriamoci come coppia! Eppure la chiave è proprio lì. Strano ma vero. È lì da sempre e nessuno (fino al ’68) se n’è accorto. O furbescamente e volutamente ha fatto il finto tonto?

 

A questo punto, bisognerebbe interrogare i sessantottini e gli “angeli del ciclostile”. L’unica certezza è però che il seme della differenza alberga dentro di me, rigoglioso, forte ed anche fiero d’essere l’eredità (non biologica) ma ideale e morale. Grazie mamme!

 

Ogni eredità costituisce un dono - o danno. Dipende dalla lente prospettica con la quale l’osserviamo - per cui ritengo che sia nostro dovere ringraziare, sempre e comunque. Ma, tra la gratitudine ed imparare a saperci fare i conti, c’è una differenza (per l’appunto!) a dir poco abissale. Ed io ne so qualcosa. Ormai è una battaglia quotidiana soprattutto perché sono figlia di una mamma lontana anni luce da ogni idea che ruota attorno al campo semantico del femminismo. E qui ritorna la chiave: differenza – uguaglianza non di genere ma all’interno dello stesso.

 

Ebbene sì, all’interno di un candido gruppo di pecore bianche io, sono la pecora nera. Nera perché diversa. E nera perché impossibilitata nella costruzione di un ponte comunicativo- ideologico non solo con la mamma ma con tutte le donne della famiglia. -“Non ci sono più gli uomini e le donne di una volta. E’ un mondo che va a rotoli!”-, dice e dicono. Ed ecco che si accendono i riflettori sull’unico manto dal diverso colore. Non mi è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, eppure a quanto pare, il mio modo di essere e la mia scelta cosciente di rompere quella linea d’ordine familiare tramandata sapientemente di padre (padrone) in figlio è come una nota stonata in un coro perfettamente omologato. Sono diversa pur essendo uguale.

 

L’esigenza della mia autodeterminazione come donna, oggi, (Vade retro…striga!) è dunque il campo di battaglia attuale. E’ tanto contemporaneo quanto noto ad almeno la metà delle figlie femmine che come me, e le mie idee, stridono all’interno della prima piccola incubatrice dell’ordine stabilito dai patriarchi (e tacitamente accettato dalle matriarche): la famiglia. Non ricordo quando esattamente mi sono resa conto di poter essere schiacciata dal peso della prigione familiare ma sarà stata quella sensazione di diversità a spingermi sempre verso l’alto per evitare che ne morissi asfissiata.

 

Avete mai pensato a quanto delineare i propri confini, analizzarli e puntarli con degli spilli sulla propria pelle - come a volerne concretizzare il limite invalicabile - possa far inceppare il meccanismo fossilizzato dei ruoli di genere? Proprio attraverso gli innumerevoli spilli ho passato il filo della rottura e della dis- uguaglianza. Io ma come tante altre donne di ieri e di oggi. I confini parlano per sé, parlano di un ruolo autogestito e non necessariamente definito: sono quello che voglio essere. Ed è così che inizia a sgretolarsi la gerarchia imperante all’interno della famiglia, così il sisma del cambiamento inizia a far tremare il terreno ideologico e comportamentale. Così la (mia) famiglia cambia, la società pure. Evolve or die.

 

Cerco quindi di imparare a sopravvivere così: come se camminassi in bilico su di una corda sottilissima che dondola in cima ad un Grand Canyon nostrano. E nella mente, inevitabilmente, riaffiora il ricordo della canzoncina sugli elefanti che si dondolavano su di un filo di una ragnatela che mi cantavano da bambina. Da donna però, reputando la cosa interessante andai a chiamare un’altr- a… donna. O lei ha chiamato me. Sta di fatto che la sorellanza morale delle altre, con le altre, mi ha salvata.

 

Oggi, mi destreggio più o meno egregiamente - senza rischiare di annegare salvata - nell’immenso abisso che c’è tra omologazione e differenza circondata dalla solidarietà intellettuale ed ideologica di altre donne. Siamo tutte pecore nere e/o donne contemporanee che imparano giorno dopo giorno a dondolare, a mediare tra il vecchio ed il nuovo e che s’impegnano quotidianamente per trovare una sintesi compatibile con le eredità biologiche e quelle ideali e morali.

 

Tutto il resto è storia. Storia di una battaglia mai finita, (Forse).

 

 

 

 

Dottoranda in Studi di genere e movimenti femministi presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid, Antonella Catucci, conduce ricerche a livello sociale, storico e giuridico riguardo la violenza di genere e le pari opportunità in Spagna ed in Italia.

Da attivista femminista e ricercatrice analizza le questioni di genere e gli sviluppi pratici a livello sociale ed antropologico nel mondo contemporaneo.

 

 

 

(Photo source, http://27esimaora.corriere.it/articolo/doveva-proprio-capitarmi-una-madre-femminista-cosi-inizia-il-dialogo/ )

 

 

 

 


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