Un caffè con Junko: essere donna in Giappone.

 

By Orsola Battaggia

 

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In Giappone e in particolare a Kyoto durante l’estate fa caldo, molto caldo, quel caldo afoso che ti fa respirare a fatica e che infonde stanchezza e spossatezza in tutto il corpo. In una di queste giornate estive all’insegna della lotta contro la calura, scandite solo dalla routine del lavoro, sono riuscita a ritagliarmi un po’ di tempo per un caffè con Junko.

 

Junko è davvero speciale, una di quelle persone che sa metterti a tuo agio e che esprime senza problemi le proprie opinioni, senza tener conto di differenze culturali o sociali. Infatti, soprattutto qui nel bel mondo del Sol Levante, nelle relazioni interpersonali il peso delle differenze culturali e sociali è molto rilevante e, in particolare se stranieri, ci si scontra spesso con il muro di gomma della gentilezza formale, una dolce barriera che impedisce la comprensione e la comunicazione più intima e profonda.

 

Abbiamo cominciato a parlare delle sue esperienze come donna lavoratrice, perché volevo comprendere il punto di vista di una donna che è nata e cresciuta in questo paese. Sicuramente Junko è una donna coraggiosa, che per coltivare la propria passione ha deciso di lasciare un lavoro full time per uno part time, in modo da avere più tempo libero per coltivare quello a cui tiene davvero, la pittura su porcellana, che recentemente è diventato appunto il suo secondo lavoro part time.

 

Non si fa neppure alcun problema a non essere sposata alla “veneranda” età di 45 anni: qui in Giappone le donne a 25 anni sono già gentilmente etichettate “torte di Natale” ovvero torte che già il 26 "non sono più buone", scadenza che ormai Junko ha sorpassato di gran lunga.

Ma lei, come racconta, si è sempre opposta a questo modo di pensare, tanto che non si è trattenuta dal criticare il commento infelice di un ragazzo rivolto ad un amico di 28 anni fidanzato con una ragazza di 30 anni; il giovanotto metteva in guardia l’amico sul fatto che sicuramente la sua fidanzata stava già pensando al matrimonio vista l’età “avanzata”.

 

Sicuramente Junko è un’ anti-conformista e questo, vivendo in una società ancora molto ancorata a stereotipi di vario genere, non e’ facile.

Molti di noi hanno come immagine del Giappone la città di Tokyo e tutta la modernità di cui è permeata, ma la realtà, soprattutto nelle campagne e nelle altre città, è molto diversa.

 

La differenza di genere, per esempio, nel paese che vanta una delle più avanzate tecnologie, è ancora molto marcata; per fare un’ esempio, se un ospite viene a visitare l’azienda sarà sempre una donna a preparare e portare il tè: sono i “fiori dell’ufficio” incaricate di dare il benvenuto e servire il tè, anche se hanno una laurea in statistica.

 

Inoltre, parlando della sua esperienza come full time in una piccola azienda di Kyoto che produce kimono, Junko mi ha confermato che anche le differenze nel salario sono notevoli, le donne percepiscono all’incirca 500 euro in meno a parità di ruolo e mansione. Differenza sottolineata anche dal fatto che mentre per le donne c’è un limite di età (40 anni) entro il quale possono fare carriera e avere un aumento di salario, per gli uomini questo limite non esiste e possono diventare anche buchō, ovvero direttori di ufficio, in qualsiasi momento prima del pensionamento.

 

Un altro aspetto di cui non avevo idea è che, sempre parlando di aziende medio-piccole, le donne non possiedono titoli come la loro controparte maschile, almeno formalmente, in quanto si ritiene che il lavoro femminile sia semplicemente un lavoro di supporto al lavoro maschile. Junko mi racconta che lei si limitava a contattare le altre aziende per conto del capo, e che al massimo era arrivata a scegliere i colori per i design dei kimono, ma la decisione e la creazione del design immancabilmente spettava al suo superiore e lei non aveva assolutamente voce in capitolo .

 

A questo si aggiungevano comportamenti abbastanza discutibili da parte soprattutto di uno dei colleghi maschi, che ritenendolo un lavoro da donna, invece di buttare via da solo carte e scartoffie le accumulava su un tavolo vicino alla scrivania di Junko senza dire niente, aspettando che questo compito lo svolgesse lei. “Ovviamente io non mi facevo mettere i piedi in testa” e quindi, senza toccare nulla, Junko scriveva bigliettini su bigliettini chiedendo se tutte quelle carte fossero da buttare o che cosa avrebbe dovuto farne, e alla fine la situazione era risolta dal capo che per mettere pace buttava via tutto lui.

“Ma lui bisogna dire che era particolarmente strano” finisce la storia ridendo.

Per quanto il collega fosse indubbiamente un personaggio particolare, l’atteggiamento di considerare le donne incapaci di lavori complicati o di responsabilità non è così raro; a volte succedeva che il principale desse la colpa di errori suoi a una collega di Junko, sentendosi autorizzato a fare cosi perché donna è sottoposta.

 

Questi comportamenti sono probabilmente una delle cause della recente tendenza delle donne a sposarsi sempre di meno, fenomeno che ha ragioni sia economiche che sociali. Junko sostiene che molto sia dovuto all’educazione dei bambini e al conseguente atteggiamento maschile verso la controparte femminile. Gli uomini non si curano molto dell’educazione dei figli, anche a causa del lavoro che qui ha spesso ritmi molto serrati, quindi sono le madri ad avere il compito di allevare i bambini Ma mentre con le figlie sono severe e le educano a quello che si ritiene sia il loro ruolo sociale, verso i figli maschi si percepisce una sorta di distanza: non sapendo bene come affrontare la loro educazione, le madri li servono e riveriscono come fanno con il loro padre. Questo nutre nei ragazzi aspettative nei confronti della futura moglie o compagna, e fortifica la rigida divisione di compiti e ruoli tra uomo e donna.

Questa mentalità ancora marcata conduce spesso, negli uomini giapponesi, a un’assoluta incapacità di relazionarsi con una donna moderna che lavora e non vuole essere la schiava di nessuno.

 

La giornalista Kaori Shoji, nel suo articolo “I hereby take myself as my lawfully wedded yome”, uscito sul Japan Times, si dichiara convinta che gli uomini vogliano una “yome”, ovvero una moglie che invece di essere sposata con il suo compagno e godere di un ruolo egualitario, è legata al suo cosiddetto “padrone di casa” e si trasforma quasi in una dipendente del marito. Il suo ruolo consiste nel lavare, stirare, cucinare, educare i figli mentre lui può far carriera e intrattenere relazioni extra-coniugali senza problemi. Questa influisce non poco sulla scarsa comunicazione e comprensione reciproca tra i partner.

 

In molti casi, come racconta Junko, per timidezza e a causa di questi stereotipi millenari, gli uomini giapponesi fanno fatica ad affrontare discorsi seri con le proprie compagne, preferendo l’immagine della donna “carina” e accomodante, e trovandosi invece molto più rilassati e a proprio agio in una serata con amici dello stesso sesso.

 

Altro fattore è la tendenza moderna, molto accentuata qui in Giappone, a crearsi una vera e propria vita alternativa sul web, cercando tramite internet relazioni facili e prive dei litigi o del confronto che porta a rapporti più profondi ma impegnativi; la conseguenza è che molto giovani sono sempre meno capaci di relazionarsi con altri esseri umani in carne e ossa.

 

Inoltre, avere bambini qui in Giappone non è facile: tanto per cominciare non ci sono abbastanza aiuti per le donne lavoratrici, come testimonia l’altissima percentuale di donne che lascia il lavoro se incinta. Certo, è possibile ottenere un anno di maternità e un 70% del salario durante il periodo di pausa, ma l’assistenza che manca è quella post-maternità, visti i pochissimi asili e le liste di attesa infinite nelle rare, e carissime, strutture esistenti.

 

Non stupisce, quindi, che le donne che vogliono fare carriera o seguire la propria passione, preferiscano rimanere single: Junko, piuttosto che ricoprire un ruolo determinato dalla società, ha preferito dedicarsi alle sua crescita personale senza preoccuparsi del giudizio altrui. È interessante notare come inizi a mostrarsi, tra le giovanissime, una tendenza contraria. Alcune, avendo davanti agli occhi le difficoltà che le loro madri, lavorando e allo stesso tempo facendo da “yome”, hanno dovuto affrontare, si chiedono se non sia meglio tornare alla vita delle proprie nonne, ovvero fare le casalinghe. Chissa’ se un giorno anche queste ragazze avranno la forza di seguire le proprie passioni come Junko, libere e indipendenti dal pesante giudizio della società.

 

 

 

Orsola Battaggia  è  laureata in lingua e cultura giapponese, e ora lavora a ritmi serrati in quel del Sol Levante in un'università "femminile" di Kyoto. Cerca di comprendere sempre più a fondo questa cultura cosi' diversa e affascinante, e, sempre pronta a confrontarsi e discutere con colleghe, studentesse e amiche, ha un particolare interesse per il mondo delle donne giapponesi.

 

 

 

Photo creator: un ringraziamento speciale alla talentuosa Elyssa Ryder, l'illustratrice che ha lavorato in team con Orsola!