Volontariato per le pari opportunità: un’estate a Chennai

 

 

By Daniela e Alessandra De Luca

 

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Quella mattina ci siamo svegliate nel nostro appartamento indiano, ci siamo guardate e stanche di aspettare abbiamo pensato: basta rimandare, creiamoci le nostre opportunità da sole. E così andò. Girammo tutta Chennai, di scuola in scuola, di preside in preside, università e professori. “Buongiorno, vorremmo offrire ai vostri studenti un workshop gratuito sui diritti di genere e le pari opportunità”. A queste parole seguiva, invariabilmente, una sola raccomandazione: con i bambini temi e questioni dovevano essere trattati attraverso contenuti appropriati e un giusto linguaggio; “per il resto avete carta bianca”, ci dicevano.

 

Il nostro appartamento si trovava in Thacker Street, al centro di una delle più grandi metropoli d’India: Chennai. Girammo davvero tutte le scuole della città e riuscimmo, davvero, ad organizzare cinque workshops in cinque scuole diverse nell’arco di soli cinque giorni. E questo fu solo l’inizio della lunga serie di incontri svolti durante tutta la nostra avventura.

 

Riavvolgiamo il nastro: era l’estate 2016 e dall’aeroporto di Roma Fiumicino partivamo alla volta dell’India come volontarie per una campagna di sensibilizzazione sui GLOBAL GOALS con AIESEC (www.aiesec.it, www.globalgoals.org). Il nostro progetto, in particolare, era dedicato all’avanzamento del global goal numero 5 “Parità di genere”. Se c’è una cosa che abbiamo imparato è che non importa a quale organizzazione ci si affidi,  gli inconvenienti possono capitare con chiunque. A fare davvero la differenza è la determinazione nel portare a termine il proprio progetto. Ringrazieremo sempre AIESEC, ancor più che per l’avventura in sé, per tutte le persone che ci ha permesso di incontrare e che hanno offerto il loro aiuto senza mai tirarsi indietro di fronte alle difficoltà.

 

 

 

INSEGNARE? Condividere.

 

Proprio questi iniziali inconvenienti sono il motivo per cui ci siamo ritrovate a girare come trottole da una scuola all’altra. Onestamente, abbiamo trovato in questo qualcosa di impagabile: conoscere un’altra realtà del paese che ci ospitava. Una realtà fatta di grande apertura mentale e di atteggiamenti positivi rispetto al cambiamento. Ci siamo confrontate con professoresse e professori che partecipavano entusiasti e che incitavano i loro ragazzi a dire la loro; con presidi, di ogni identificazione di genere, che al nostro ingresso nei loro uffici non mancavano mai di accoglierci non solo con una tazza di tipico Chai indiano, ma con l’entusiasmo di chi vuole di più per i suoi studenti e fa di tutto per fornirglielo. Abbiamo potuto percepire le differenze tra un istituto e l’altro, realtà in cui studenti di qualsiasi religione, genere e razza, studiano e crescono insieme; altre in cui bambini e bambine si ritrovano ancora a studiare in scuole diverse o classi in cui i ragazzi siedono da un lato e le ragazze dall’altro. Di certo, non è stata una passeggiata. E’ capitato a volte di scontrarsi con un po' di diffidenza, assolutamente però inferiore alla generale apertura mentale.

 

Passavamo da dibattiti propositivi a video con tecniche di difesa, sketch animati per bambini e simulazioni di situazioni di pericolo. Ci siamo ritrovate a scrivere alla lavagna parole chiave suggerite dai ragazzi e a disegnare il loro significato con la speranza di lasciarlo impresso nella mente dei più piccoli.
Siamo arrivate lì senza avere la presunzione di insegnare a vivere, ma piuttosto con la consapevolezza di avere tanto da condividere e imparare. E tutto ciò ce lo ha insegnato ognuno degli studenti con cui abbiamo interagito e scambiato opinioni oltre che paure ed esperienze.

 

Ma più di tutto ce lo ha insegnato una bambina di sette, forse otto anni, con la sua spontanea risposta alla nostra domanda “Cosa significa per voi Women’s Empowerment?” (espressione chiara in inglese quanto confusionaria nella sua interpretazione italiana. Generalmente intesa come Emancipazione Femminile, letteralmente tradotta come “Consapevolezza/Potere/Senso di legittimazione e parità”). Divya, con una semplicità disarmante, ha risposto “Donne vuol dire ragazze e empowerment (inteso come parità) vuol dire che le donne vanno rispettate”. Questa bambina, ci ha regalato il migliore degli insegnamenti che potessimo ricevere.
Vivevamo ogni workshop nel tentativo di far capire ai ragazzi perché non potevamo fare a meno di parlare di Women’s Empowerment con tutti gli studenti, senza distinzioni di genere. Ci premeva riflettere sul fatto che i diritti delle donne sono semplicemente diritti umani, e come tali vanno tutelati.

 

Piuttosto che insegnare, preferiamo condividere, perché solo ispirandosi a vicenda si costruisce un modello da moltiplicare.

 

 

 

PERCHE’ L’INDIA E NON L’ITALIA?

 

“Perché andare fino in India per fare volontariato”? Questa la domanda a cui, nei mesi precedenti la partenza, ci siamo ritrovate a dover rispondere più volte al giorno. Dover costantemente giustificare la scelta di partire alla volta di un altro paese e destinare al suo popolo le proprie risorse, così sottraendole al proprio paese di origine. “In Italia ci sono tanti posti che hanno bisogno di volontari”, ce lo sentivamo spesso ripetere tra una domanda e l’altra. “Perché fa figo?”, “Perché dire che vai a fare volontariato in India non fa di certo lo stesso effetto del dire che fai la volontaria in una comunità della periferia calabrese?”, ci suggerivano.
Non sarà forse proprio nella continua affermazione di un eccessivo nazionalismo che nasce il rigetto dell’idea di un approccio davvero intersezionale e condiviso?
Sentirsi parte di una nazione è un diritto sacrosanto, ma avere la consapevolezza dell’essere prima ancora che cittadini di uno stato, semplicemente esseri umani, sarebbe forse un punto di partenza.

 

E per quanto ci riguarda, fa veramente poca differenza ritrovarsi in una scuola di Roma o in un college di Chennai, fin quando si ha la possibilità di disporre degli strumenti necessari alla sensibilizzazione delle problematiche relative ai diritti delle donne, violenza di genere, emancipazione femminile e pari opportunità.

 

Di certo, ci ha fatto riflettere, e non poco, l' estrema facilità con cui siamo riuscite ad organizzare le nostre attività. L’India, spesso citata come uno dei paesi piu' burocratici del mondo, ha una storia secolare e ricchissima di attivismo politico e sociale,  spesso supportato a livello locale senza troppi ingarbugliamenti amministrativi.

Per esempio, programmi di sensibilizzazione alle tematiche di genere e di ogni forma di violenza sono, in molte regioni indiane, all’ordine del giorno, rappresentano la regola. In Italia, e non solo, nonostante gli sforzi e le coraggiose iniziative di tanti educatori e attivisti, simili programmi sono spesso un’eccezione.

 

Quindi, perché l’India? Perché ancor prima di essere italiane ed europee, siamo cittadine del mondo e sentiamo il dovere di lottare affinché casa nostra diventi un posto più sicuro, più accogliente e soprattutto più umano. Casa nostra non si chiama “Italia”, casa nostra si chiama “Terra”.

 

In un paese spesso agli onori delle cronache per casi di violenza di genere, due donne hanno conosciuto la libertà. Quale libertà? La più semplice: quella di sentirsi nel posto giusto, facendo la cosa giusta, nella versione più giusta di se stesse. L’India non ha conquistato il nostro cuore. L’India ha, invece, conquistato l’unico organo invisibile al tatto umano. Per questo, a chiunque ci chieda “Cosa ti ha insegnato quest’esperienza? Cosa hai portato con te a casa?”, noi rispondiamo che li giù abbiamo trovato la più semplice forma di felicità.

 

 

 

Per scoprire di più, guarda il video della nostra avventura!

 

 

 

 

 

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